Gli abitanti di Pompei morirono per il calore, non per le ceneri del Vesuvio. Napoli e Castellammare ancora a rischio

Pubblicato il 18 Giugno 2010 12:17 | Ultimo aggiornamento: 18 Giugno 2010 12:17

Dopo più di 2000 anni finalmente c’è la verità su Pompei: gli abitanti del centro campano non morirono soffocati dalle ceneri del Vesuvio, ma bruciati all’istante a una temperatura di circa 300 gradi. Lo dice uno studio dei ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano-Ingv, Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo, e dei biologi dell’Università di Napoli “Federico II”, Pierpaolo Petrone e Fabio Guarino. Gli studiosi, inoltre, hanno lanciato l’allarme Vesuvio: il vulcano potrebbe infatti eruttare entro pochi anni: Napoli e Castellammare di Stabia sarebbero dunque aree ad alto rischio.

Nello studio sono descritti nei particolari tutti gli aspetti anatomici a sostegno della tesi di una sorta quasi di “vaporizzazione” di molte delle vittime di Pompei. Secondo gli scienziati lo straordinario calore ha portato a un’ebollizione del tessuto cerebrale, che causò piccole esplosioni e lasciò sulle ossa dei pompeiani i tipici segni bluastri delle bruciature. Questa spiegazione, secondo la ricerca, sarebbe compatibile con gli straordinari ritrovamenti dei corpi nelle posture in cui sono stati rinvenuti.

L’umidità della vaporizzazione dei tessuti, impastata con la cenere vulcanica, avrebbe infatti creato quel guscio protettivo che ha preservato le ossa dalla decomposizione e, ancor più, ha cementato le “posizioni” in cui le vittime si trovavano al momento della morte. Grazie a questo particolare è possibile distinguere coloro che sono stati uccisi all’istante dall’eruzione e colore che lo sono stati solo in un secondo momento, a seguito di un fenomeno legato al collasso della colonna di cenere e lapilli incandescenti eruttati dal Vesuvio chiamato “flusso piroclastico”.