Acqua pubblica, la Corte Costituzionale: “Il referendum non si tocca”

Pubblicato il 20 luglio 2012 19:29 | Ultimo aggiornamento: 20 luglio 2012 22:07

ROMA – Il referendum sull’acqua pubblica non si tocca. Lo ha deciso la Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 4 della finanziaria-bis 2011 che disponeva la possibilità di privatizzazione dei servizi pubblici da parte degli enti locali. Tra questi, anche i servizi idrici, sui cui due mesi prima c’era stato un referendum.

Per i rappresentanti del Forum è una vittoria: “Viene confermato quello che sostenemmo un anno fa, cioè come quel provvedimento reintroducesse la privatizzazione dei servizi pubblici e calpestasse la volontà dei cittadini”. Inoltre, “la sentenza ribadisce con forza la volontà popolare espressa il 12 e 13 giugno 2011 e rappresenta un monito al Governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni”.

Positivo anche il commento di Antonio Di Pietro: ”Dalla Consulta è arrivata la conferma che l’acqua è un bene comune e non può essere privatizzata. L’Italia dei Valori, che ha fatto parte del comitato referendario insieme ai movimenti e alle associazioni, si batterà affinché questo bene rimanga un diritto inalienabile dei cittadini. L’IdV non permetterà a nessuno di mettere le mani sull’acqua pubblica e vigilerà, fuori e dentro il Parlamento, affinché il responso dei cittadini e la sentenza della Corte costituzionale vengano rispettate”.

Il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio Vincenti, però precisa: “La sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato incompatibile con il risultato del referendum sui servizi pubblici locali l’articolo 4 della manovra varata nell’estate del 2011” e dunque “non riguarda le norme sui servizi pubblici locali varate dall’attuale governo con il Dl liberalizzazioni”.

De vincenti sottolinea che le norme contenute nel Dl approvato dal governo “sono in linea con il risultato referendario” e considerano la gestione cosiddetta in-house legittima al pari della concessione a terzi e della società mista”. “Il Dl liberalizzazioni – conclude il sottosegretario – chiarisce infatti le regole proprie di una gestione pubblica e le regole cui attenersi nel caso, invece, di apertura alla concorrenza per il mercato”

Dalla legge Ronchi alla sentenza della Corte Costituzionale passando per il Referendum e la Finanziaria-bis 2011: è questo il giro che ha fatto la normativa in materia di servizi pubblici locali, fermandosi ad oggi con la sentenza della Consulta che riporta la situazione allo stato preesistente all’articolo 23-bis del decreto Ronchi, abrogato dall’esito del referendum.

Ecco le tappe dei servizi pubblici:

LEGGE RONCHI: l’articolo 23-bis poneva l’obbligo di privatizzare almeno il 40% delle partecipazioni delle municipalizzate.

REFERENDUM: con i quesiti sui servizi pubblici (acqua, rifiuti e trasporti) veniva abrogato il 23-bis; svaniva cosi’ l’obbligo di cessione delle quote pubbliche delle municipalizzate; si torna cosi’ a una serie di leggi europee secondo cui un ente locale puo’ decidere se avere un’azienda pubblica, privata, mista.

FINANZIARIA-BIS: dopo pochi giorni di ritorno in vigore della situazione precedente alla legge Ronchi, il governo Berlusconi con la manovra di Ferragosto ripropone l’obbligo di ‘privatizzazione’ per trasporti e rifiuti, escludendo l’acqua.

CONSULTA: con la sentenza della Corte Costituzionale sull’articolo 4 della Finanziaria-bis del 2011, in cui sostanzialmente si boccia la ‘privatizzazione’ dei servizi pubblici, si ritorna alle tre forme di gestione e alla situazione prima della legge Ronchi