“Aiutatemi: ho trascinato tutti”: così moriva Beppe Gritti sul Monte Disgrazia

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 settembre 2014 10:49 | Ultimo aggiornamento: 2 settembre 2014 14:21
"Aiutatemi: ho trascinato tutti": così moriva Beppe Gritti sul Monte Disgrazia

“Aiutatemi: ho trascinato tutti”: così moriva Beppe Gritti sul Monte Disgrazia

SONDRIO –  “Sono stato io, sono scivolato sul ghiaccio e ho trascinato giù gli altri”: così moriva Giuseppe Gritti sul Monte Disgrazia. A raccontarlo al Corriere della Sera è Alessandro Campi, escursionista milanese di 41 anni, arrivato per primo, insieme alla compagna, sul luogo della sciagura del Monte Disgrazia, in Valtellina (Sondrio), dove domenica mattina quattro alpinisti sono morti, precipitando in un crepaccio dopo un volo di cinquecento metri.

 

Quando Alessandro ha sentito la voce dell’uomo ha cercato da dove venisse e si è trovato davanti la scena “più spaventosa” della propria vita:

“Lui era a testa in giù e sopra c’erano gli altri tre che non si muovevano perché erano già morti. Erano corpi scomposti, c’erano una gamba qui, un braccio lì, impigliati nelle corde da alpinisti, legati stretti fra di loro. Sembrava un gomitolo e l’uomo era sotto. Diceva “aiutatemi, mio Dio”. Aveva una gamba rotta, i vestiti stracciati, era mezzo nudo. C’era poi un fetore di sangue…”.

Racconta che quell’uomo che lo chiamava era immobile, ma “vivo e lucido”. Alessandro ha iniziato a tagliare le corde che lo tenevano legato agli altri corpi. Intanto la compagna di escursione cercava di chiamare aiuto, ma il cellulare non prendeva.

“Gli facevo domande di ogni tipo. Lui mi ha detto che era scivolato sul ghiaccio, in alto. Diceva che era caduto lui per primo, che era colpa sua e si era portato dietro gli altri in cordata. E si disperava con quel poco di fiato che aveva, mentre noi cercavamo di tirarlo fuori”.

I due hanno provato a coprirlo con quello che avevano.

“Per riscaldarlo gli abbiamo messo prima il nostro telo termico. Poi ho svuotato gli zaini degli amici e l’abbiamo avvolto con tutto quello che c’era. Infine l’ho legato a una piccozza, assicurandolo al pendio perché non scivolasse giù. L’ho messo in una posizione dignitosa, con la gambe a valle, come insegna un libro di Confortola che ha scritto di aver lasciato i due coreani destinati a morire a gambe in giù per una questione di dignità”.

Alla fine, però, Alessandro ha dovuto lasciarlo solo per andare a chiamare aiuto.

“Sono stato costretto così a lasciarlo da solo, con i suoi amici morti. Gli ho detto tieni duro, non mollare che qualcuno arriva. Lui mi ha risposto “ok ok, andate”, ma era conciato troppo male”.

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(foto Ansa)

Alessandro accusa la copertura telefonica: 

“Succede solo in Italia che ci siano zone scoperte. Beppe forse si sarebbe salvato se fossi riuscito a chiamare qualcuno”.

C’è voluta mezz’ora per arrivare in una zona dove ci fosse campo. I soccorsi in elicottero sono arrivati dieci minuti dopo, ma non sono potuti scendere per le nuvole fitte. I soccorsi via terra c’hanno messo ore, troppo tardi.

“Bastava una chiamata e forse si salvava”,

Alessandro ripensa con tormento agli occhi di Beppe:

“Ce li ho qui come un tarlo: resisti, gli ho detto, che arriva qualcuno»”.

Ma quando qualcuno è arrivato era ormai troppo tardi.