Alessandro Camilli

Aldrovandi, morto di botte di polizia: la madre in Tribunale per aver “diffamato” le indagini lente

FERRARA –Ti ammazzano il figlio a botte, botte di polizia. Tu chiedi e smuovi altre indagini dopo la prima versione dei fatti, quella di una morte per droga. I Tribunali ti danno ragione condannano i poliziotti e lo Stato ti riconosce indennizzo in denaro. Però un magistrato ti denuncia per aver diffamato la sua indagine dichiarandola “fascicolo vuoto”. La storia comincia con un ragazzo morto per “per eccesso colposo in omicidio colposo “, cioè morto a causa delle percosse “eccessive” ricevute da parte di quattro poliziotti che lo avevano fermato. Una vicenda che viene fuori e viene chiarita in sede giudiziaria grazie all’insistenza di una madre che non si arrende alla prima ricostruzione dei fatti redatta dalla polizia, quella secondo cui il ragazzo era drogato e per questo era morto. E un pm, ad essere precisi una pm, la prima ad indagare sulla morte del ragazzo in questione, che denuncia la madre per diffamazione e che ora, dopo la decisione del gup, la trascina in tribunale. Tre capitoli veri di una storia incredibile: un ragazzo che muore perché picchiato dalla polizia dopo un normale fermo, un’indagine che va avanti anche grazie all’insistenza di una madre che non si vuole arrendere, e un magistrato che porta in tribunale la mamma in questione perché ha avuto l’ardire di affermare, nel gennaio 2006, quattro mesi dopo la morte del figlio, quando le indagini ancora languivano: «è un fascicolo ancora vuoto» riferendosi ovviamente al fascicolo che riguardava il caso del figlio.

La storia, come molti avranno capito, è quella di Federico Aldrovandi e di sua mamma Patrizia Moretti, rinviata a giudizio per aver criticato il primo pm che indagò sulla morte violenta del figlio. Eppure, non fosse stato per la sua ostinazione di madre, forse le indagini sulla fine di Federico si sarebbero impantanate in quell’incredibile versione ufficiale per cui il ragazzo era deceduto in seguito all’assunzione di droghe durante un controllo di polizia. Invece Patrizia Moretti non si arrese, aprì un blog che attirò l’attenzione sulla vicenda e di fatto riuscì a imprimere una svolta decisiva all’inchiesta. Inchiesta che portò alla condanna in primo grado di quattro poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo del giovane 18enne, morto per le botte prese mentre era ammanettato a terra. E c’è di più, lo Stato ha riconosciuto alla famiglia un risarcimento danni da due milioni di euro in cambio dell’impegno a non costituirsi parte civile. Le colpe, le responsabilità sono chiare e appurate, come chiaro e certo è il dolore che può provare una madre cui viene ucciso il figlio, ucciso da quello stesso Stato che dovrebbe garantirgli sicurezza.

Se non si trattasse della vita di una persona e di una vicenda così dolorosa, verrebbe da dire la classica frase “oltre al danno la beffa”. Ma la beffa in una storia simile non è tollerabile. E non è accettabile, almeno umanamente visto che dal punto di vista del diritto sembra invece esserlo, che un pm denunci la madre di un ragazzo ucciso dalla polizia rea di aver criticato le indagini che, effettivamente, andavano a rilento. Frasi dette, a quanto sostiene la Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, in sede processuale: “Abbiamo prodotto documenti che dimostrano che le mie parole sono state dette in tribunale, durante due dei processi per l’omicidio di Federico, e che sono sancite in due sentenze. Eppure il Gup ha disposto il rinvio a giudizio”. Ma fossero state anche detto in televisione come a casa con un amico, resta incredibile che un’affermazione del genere, in bocca ad una mamma che ha perso il figlio e che dopo quattro mesi ancora non sa il perché, anzi le viene detto che suo figlio era drogato, possa essere passibile di denuncia. Come può la pm in questione querelare la donna? Sulla base del diritto potrà certo farlo, tanto è vero che il gup ha deciso per il rinvio a giudizio, ma su quali basi di coscienza?

La pm in questione, quella che condusse la prima parte dell’inchiesta salvo poi rinunciarvi, e che ha ritenuto lesive quelle dichiarazioni, risponde al nome di Maria Emanuela Guerra. E la Guerra non ha solo denunciato la mamma di Federico, ma porterà in tribunale anche due giornalisti e il direttore del quotidiano La Nuova Ferrara perché, stando a quel che sostiene la pm, la diffamazione avvenne a mezzo stampa.

In tutto questo la mamma di Federico Aldrovandi non ha perso la sua determinazione e, cosa forse più incredibile, non ha perso la sua fiducia nella Giustizia, nei tribunali e nello Stato: “Non mi tiro indietro. Io della dottoressa Guerra non volevo più sentir parlare, ma se mi tira per i capelli ci sarò, e allora dovrà dire lei perché ha aperto il fascicolo solo il 16 gennaio, perché non è andata sul posto e perché non ha sequestrato i manganelli, la cosa che mi dispiace è che l’udienza è stata fissata per il 1˚ marzo 2012”. Con lei l’avvocato Fabio Anselmo che aggiunge che la pm “sarà il nostro principale teste a discarico” e ricorda come, stranamente, il docufilm del giornalista Rai Filippo Vendemmiati “E’ stato morto un ragazzo”, che a maggio sarà anche premiato dal presidente Napolitano, pur riportando le stesse parole non sia stato oggetto di alcuna denuncia. Talvolta, come Omero, anche i magistrati sonnecchiano,anzi sbagliano.

To Top