Allarme bomba in tribunale: 26 da inizio anno, così la causa slitta…

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 8 Novembre 2019 8:32 | Ultimo aggiornamento: 8 Novembre 2019 8:32
Allarme bomba in tribunale: 26 casi da inizio anno in Italia, così la causa slitta...

Allarme bomba in tribunale (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – C’era una volta l’allarme bomba per evitare l’interrogazione, quella telefonata di cui tutti abbiamo sentito raccontare e che porta in dote una buona dose di mitomania adolescenziale. Quella telefonata che la pecora nera della scuola faceva per salvare se stesso o i compagni da un compito in classe. “Pronto? Nel liceo tal dei tali abbiamo messo una bomba” e via con l’evacuazione, ore saltate e compiti e interrogazioni rimandati a data da destinarsi. Era un tempo mitico, quello i cui ricordi e racconti sono gonfiati e dilatati dal filtro del tempo e della giovinezza che fu, la bomba non c’era e spesso nemmeno la telefonata.

Ora i tempi sono cambiati, la bomba non c’è comunque ma la telefonata arriva davvero. Non a scuola ma nei tribunali. Lo schema è sostanzialmente lo stesso: c’è in calendario un’udienza importante, magari con un giudice ‘tosto’, ed ecco che arriva la segnalazione con l’allarme bomba. Il Tribunale viene evacuato e l’udienza si aggiorna. Oltre venti i casi solo nel 2019. L’ultimo lunedì 4 novembre, a Genova, quando un telefono ha squillato intorno alle 8 e 30 e una voce ha avvertito: “Salterà tutto alle 11”.

Ovviamente sono scattate le procedure di emergenza con polizia e vigili del fuoco a fer ricerche e verifiche, mentre il palazzo veniva fatto evacuare. Sul posto anche i cani delle unità cinofile, ma non viene trovato nulla. Non viene trovato nulla perché non c’è nulla da trovare e perché il giochetto funziona perfettamente senza la bomba. In Aula si rientra infatti verso le 11 e 30 con una mattinata di fatto buttata e un calendario da riorganizzare. Un paio di settimane prima, a Cagliari, 15 ottobre, stessa telefonata. Questa volta una guardia giurata trova un pacco sospetto rivestito di nastro isolante con agganciata una tastierina alfanumerica. L’ordigno è finto, è solo una scatola, e viene fatto brillare con dell’acqua dagli artificieri. E poi ad Avellino, il 21 settembre, un testo dattiloscritto lasciato nella toilette con la segnalazione di un ordigno che sarebbe esploso il 25 settembre, e poi ancora e ancora, da Nord a Sud dell’Italia il fenomeno è pressoché omogeneo, con 26 allarmi nel 2019.

Certo, e purtroppo, ci sono anche le intimidazioni vere, quelle che hanno come oggetto e obiettivo magistrati e non solo. Ci sono le buste con i proiettili e le minacce vere. E anche per questo ogni telefonata non può essere sottovalutate e sempre a questa segue un controllo del Tribunale oggetto della segnalazioni. Ma molte, troppe volte il sospetto è quello che l’unico movente della telefonata e dell’allarme sia il ‘semplice’ prendere tempo. A Palermo, ad esempio, a maggio di quest’anno si è scoperto che l’allarme bomba con relativa sospensione dell’attività giudiziaria avvenuto nel 2017 era stato architettato da alcuni indagati in una vicenda di truffe assicurative.

E la stessa cosa si è scoperta relativamente ad un episodio avvenuto a Benevento nel 2016: allarme per evitare che quel giorno si celebrasse la prevista udienza dibattimentale che vedeva indagato tale Paolo Messina per omicidio. Telefonate che, nel caso si risalisse agli autori, potrebbero valere per questi una denuncia per procurato allarme. Ma trovare il chiamante non è facile, spesso non ci si riesce, e anche quando viene scoperto, lo scopo della chiamata è comunque già stato raggiunto. L’udienza è rimandata.