Andrea Albanese: “Io che ho lasciato morire mio figlio in auto, oggi sopravvivo così…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 settembre 2013 10:35 | Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2013 10:39
Andrea Albanese dimenticò piccolo Luca in auto. "Così sopravvivo a mio figlio"

Andrea Albanese dimenticò piccolo Luca in auto. “Così sopravvivo a mio figlio”

PIACENZA – Era il 4 giugno scorso quando il piccolo Luca Albanese, due anni appena, è morto sotto il sole cocente, dimenticato dal papà sul sedile posteriore della sua auto, parcheggiata alla periferia di Piacenza. Andrea Albanese, 38 anni controller di gestione, quel martedì mattina è andato a lavoro senza passare dal nido a lasciare il suo bambino. E’ bastato un attimo di “distrazione”, un black out, e solo molte ore dopo lo schianto con la realtà: la terribile scoperta e la disperazione senza rimedio per aver lasciato morire il suo stesso figlio. Quattro mesi dopo non riesce ancora a spiegarsi come sia potuto accadere. Intervistato da Luca Nocenti per il quotidiano la Repubblica, Andrea Albanese, ripercorre quei tragici istanti in cui la sua vita si è fermata.

Cosa ritiene sia accaduto nella sua mente per non lasciare Luca al nido, un gesto di routine ma così importante?

Non l’ho capito e temo che non lo capirò mai. Era un periodo del tutto normale, non avevo scadenze particolari sul lavoro e nemmeno preoccupazioni serie. Ero felice. Quella mattina ero sicuro di averlo portato all’asilo tanto che in mattinata mi è capitato di parlare di mio figlio con i colleghi alla macchinetta del caffè, e nessun dubbio ha sfiorato la mia mente. Anche quando quel pomeriggio mi ha chiamato mia moglie per dirmi che il nonno non aveva trovato Luca al nido, ho pensato a un equivoco o che l’avessero portato fuori; sono sceso dall’ufficio per andare a verificare, ma ero tranquillo.

E poi invece la terribile scoperta. Cosa ricorda di quegli attimi concitati?

Ricordo le mie urla, i miei colleghi accorrere, il loro cercare di starmi vicino. E poi l’arrivo dei soccorsi, la mia disperazione senza rimedio, l’impossibilità di accettare quanto era accaduto, il macerarmi su come fosse stato possibile. Non sono neanche riuscito a salutare mio figlio come avrei voluto, il trauma è stato devastante.

Così devastante che dopo la tragedia ha pensato di uccidersi.

Devo dire che è stato un pensiero che ho accantonato in fretta, la mia vita non è finita. Non posso tornare indietro purtroppo, ma sono convinto di poter fare ancora qualcosa di buono, per me e per gli altri. E mi impegnerò per questo, spenderò la mia vita in questo senso. La tragedia è stata immane, ma ho avuto la fortuna di non essere solo e questo mi ha permesso di guardare avanti.

Andrea Albanese non si perdonerà mai, ma oggi cerca di sopravvivere ai suoi errori. Per questo ha creato un gruppo su Facebook  “Mai più morti come Luca”. Chiede una legge che renda obbligatori i sistemi anti abbandono sulle auto, una tecnologia già disponibile che va solo adattata: un allarme può salvare una vita.

In pochi mesi siamo arrivati a quasi 9.000 iscritti. A questo proposito vorrei invitare a firmare una petizione su change. org,rivolta ministero dei Trasporti, per una modifica del codice della strada, art.172, che regolamenta il trasporto dei bambini in auto. Questa petizione, per cui sono già state raccolte più di 36 mila firme, è stata promossa da un medico, la dottoressa Maria Ghirardelli, 43 anni, della provincia di Brescia, che, madre di tre bambini, è stata profondamente turbata dalla morte di Luca. Con la petizione e il gruppo su Facebook: vorremmo far capire alle istituzioni che è necessario un loro intervento per garantire la sicurezza dei nostri figli, perché non accada ad altri ciò che è successo a me.

Poi la domanda più difficile,
Crede che ciò che le è capitato possa succedere a chiunque?
Ritengo di sì. Bisogna avere molta razionalità nell’affrontare la questione: questi incidenti hanno riguardato tipi di persone molto diversi, non è rilevante né la cultura né lo stato sociale. È capitato sia a padri che a madri. L’errore più grande è rifugiarsi nell’idea che succeda solo a genitori snaturati: non è cosi