Anfetamine e oppio: doping braccianti sikh Agro Pontino, 15 ore senza fatica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 Maggio 2014 9:29 | Ultimo aggiornamento: 16 Maggio 2014 9:38
Anfetamine e oppio: così dopano i braccianti sikh dell'Agro Pontino

Anfetamine e oppio: così dopano i braccianti sikh dell’Agro Pontino

ROMA – Anfetamine e oppio: così dopano gli immigrati dell’Agro Pontino. Il Manifesto. Per lavorare dalle 12 alle 15 ore nelle campagne intorno a Sabaudia, centinaia di immigrati a 4 euro l’ora, in prevalenza sikh del Punjab indiano, sono costretti ad assumere stupefacenti per allentare i morsi della fatica: ovetti di amfetamine e oppio essiccato a 10 euro, spacciati da padroni e caporali per impedire cali di produttività. A fine febbraio i finanzieri di Sabaudia hanno sequestrato 6 chili di bulbi di papavero e 300 grammi di amfetamine nascosti nei cassoni della frutta; altri tre chili sono stati trovati nel bagagliaio di un’auto, a Terracina una piccola coltivazione di papavero da oppio. Sono gli italiani che vendono magari utilizzando qualche bracciante per il dettaglio.

“Per la raccolta delle zucchine stiamo piegati tutto il giorno in ginocchio. Troppo lavoro, troppo dolore alle mani. Prendiamo una piccola sostanza per non sentire dolore”: la testimonianza di K. Singh, insieme a quella di molti suoi connazionali è stata raccolta da Marco Omiz­zolo, un giovane sociologo che ha impiegato anni per ottenere la fiducia e le confidenze di questa comunità sulla quale ha realizzato un dossier per la onlus In Migrazione.

12mila sikh registrati, ma una stima più attendibile contando i moltissimi clandestini dice 30mila: dopo Novellara in Emilia si tratta della più grande comunità sikh italiana. L’uso della droga è vietatissimo, il vincolo religioso è potente, la mortificazione, però, non basta a vincere la fatica.

Eppure si tratta dell’unico modo per soprav­vi­vere ai ritmi di lavoro»: dodici ore al giorno a semi­nare, dis­so­dare, rac­co­gliere, spruz­zare veleni. Per quat­tro euro l’ora, nel migliore dei casi, spesso costretti a subire torti, anghe­rie e ves­sa­zioni dai datori di lavoro, a volte non pagati per mesi come sta acca­dendo a un gruppo di una tren­tina di lavoratori-schiavi che recla­mano un sala­rio che non arriva da sei mesi. Una situa­zione non dis­si­mile a quelle di Rosarno, della Capi­ta­nata e degli altri luo­ghi dello sfrut­ta­mento delle brac­cia in agri­col­tura. (Angelo Mastrandrea, Il Manifesto)