Anis Amri, il racconto dei poliziotti che lo uccisero: “In quel momento o noi o lui”

di Redazione blitz
Pubblicato il 17 dicembre 2017 15:12 | Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2017 15:12
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Luca Scatà e Cristian Movio

ROMA – Un anno dopo lo scontro a fuoco con Anis Amri, il killer della strage ai mercatini di Natale di Berlino, e i due agenti di polizia Luca Scatà e Cristian Movio, emergono nuovi dettagli raccontati dalla viva voce dei due agenti, in servizio la notte del 22 dicembre 2016 vicino la stazione di Sesto San Giovanni. In pochi attimi, un controllo di routine si è trasformato nella cattura dell’uomo più ricercato in Europa in quei giorni, un episodio che i due agenti hanno ripercorso in un documentario realizzato da Sky.

L’emozione del ricordo è ancora visibile in Scatà, l’agente che ha materialmente sparato e ucciso il terrorista: “Prima di entrare in Polizia, avevo fatto l’alpino. Ma non è la stessa cosa tirare contro la sagoma di un poligono o contro una persona in carne ed ossa. Su un ragazzo come me. Sì. Ho ucciso un uomo. E ci ripenso spesso”. Quel momento lo accompagna ancora ora: “Ho sparato un solo colpo. E non ho avuto il tempo di mirare un punto particolare del corpo. Ricordo solo che, mentre premevo il grilletto, pensai che era quell’ uomo che aveva deciso di morire. Che era stato padrone del suo destino e che aveva deciso quale dovesse essere. Perché o sparavo io o avrebbe sparato di nuovo lui. A me, o a Cristian, che aveva già ferito”.

Pochi attimi prima di avvicinarsi ad Amri, i due non potevano immaginare chi fosse e quanto potesse essere pericoloso: “Quando vedo quel tipo – ha aggiunto Movio – Dico allora a Luca di fermarsi e di ingranare la retromarcia. Quello affretta il passo e si dirige verso la stazione dei pullman. Io abbasso il finestrino e gli chiedo come si chiama. Non mi risponde. Allora insisto: “Da dove vieni?”. E lui: “Da Reggio Calabria”. Sentendogli pronunciare Reggio Calabria capisco che non è italiano e faccio una battuta: “Da Reggio Calabria? Va bene che c’ è la Calabria Saudita Ma non direi”. Provo ancora: “Dove stai andando?”. E quello farfuglia un paio di volte che “ha sbagliato stazione”. A quel punto faccio un cenno a Luca e decido di procedere con un controllo di polizia completo. Scendiamo dalla macchina e a lui indico di togliersi lo zaino che portava su una spalla e di aprirlo per farmi vedere cosa ci fosse dentro. Ero convinto che avesse della droga”.

Il terrorista però nascondeva soprattutto una pistola, coperta dal giaccone: “Tenendo lo zaino con una mano e frugando all’ interno con l’ altra, si mette a tirare fuori indumenti appallottolati, uno spazzolino da denti, e altre cianfrusaglie che cominciano a cadere sull’asfalto. Allora, gli dico di appoggiare lo zaino sul cofano di una macchina parcheggiata”. Amri capisce di essere in trappola, non ha altra scelta che usare la violenza: “Mentre armeggiava con lo zaino, ha fatto un mezzo passo avanti nella mia direzione, ha aperto il giaccone e lì ho visto la pistola”, continua Cristian. E Luca racconta: “Quando ho visto che la tirava fuori, ho pensato “Minchia!”, e ho triangolato, come ci insegnano al corso. Mi sono portato sulla sinistra della volante, in una posizione defilata, riparandomi tra un palo della luce e dei cassonetti”. Amri intanto colpisce con un colpo Cristian. “Con gli anni ho imparato a mettermi di tre quarti di fronte alla persona che devo controllare – racconta lui oggi – In questo modo offri meno superficie del corpo a un’ aggressione. E questa cosa mi ha salvato. Perché il colpo anziché raggiungermi al petto, mi ha bucato la spalla. Ho sentito come un pugno e poi qualcosa di estraneo dentro il braccio. Non avevo dolore, tanto che all’ inizio ho pensato che mi avesse sparato con una pistola ad aria compressa. Poi ho sentito il caldo del sangue. E ho gridato a Luca: “Mi ha sparato, cazzo!”, “Mi ha sparato!”. Ho estratto anche io l’arma. Lo avevo a due metri e ho pensato se rispondere subito al fuoco o meno. Mi sono chiesto se sparare sarebbe stata la cosa giusta da fare. E alla fine ho deciso di ripararmi dietro la volante”.

Tutto è successo in pochi istanti: “Lui puntava l’ arma nella mia direzione, aspettando che mi scoprissi – racconta Cristian a Repubblica – Io mi proteggevo dietro la volante. A un certo punto provo a metterlo in linea di tiro sfruttando lo spazio tra il tetto della macchina e la barra luminosa delle sirene. Poi mi distendo sull’asfalto, cercando di vedere le sue gambe da sotto la macchina. ‘Se lo prendo’, mi dicevo, ‘se lo prendo, crolla a terra e lo arrestiamo vivo’. Lui gridava ‘Bastardi!’, ‘Poliziotti bastardi!’ e puntava quella maledetta pistola. Veniva verso di me con gli occhi sbarrati. Sembravano due biglie. Finché non ha sbagliato. Si è spostato verso sinistra per venirmi a prendere dietro la volante. Era sulla linea di tiro di Luca e io ho gridato ‘Sparagli!’, ‘Sparagli!'”. E lo ha fatto.

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