Cronaca Italia

Antonella Mari, le dicono “intervento di routine”: esce dall’ospedale in carrozzina e si sono scordati gli elettrodi

Antonella Mari, le dicono "intervento di routine": esce dall'ospedale in carrozzina e si sono scordati gli elettrodi

Antonella Mari, le dicono “intervento di routine”: esce dall’ospedale in carrozzina e si sono scordati gli elettrodi

LA SPEZIA – Doveva essere un intervento di routine, “senza rischi” le avevano detto. E invece Antonella Mari, entrata in ospedale sulle sue gambe, è uscita in carrozzina. E per giunta si sono dimenticati 5 elettrodi nel corpo. La sua storia è stata raccontata dal professor Ugo Ruffolo, esperto di diritto da sempre dalla parte dei cittadini e volto noto in trasmissioni come Mi manda RaiTre, Di Tasca Nostra e Uno Mattina.

Al Secolo XIX il professore spiega perché ha preso a cuore il caso di Antonella, rimasta tetraplegica dopo un intervento alla valvola mitrale. L’ospedale San Raffaele di Milano si è rifiutato di risarcirla e pure il Tribunale di Milano le ha voltato le spalle: le conseguenze dell’intervento erano “prevedibili ma non evitabili”. Giudicata inammissibile anche la richiesta di appello. Dopo 14 anni, la sua unica speranza è la Cassazione.

Come riporta il Secolo XIX:

“Il mio studio si occupa anche molto di responsabilità medica – spiega il docente – ma di questo caso, al di là degli aspetti formali, mi ha colpito il profilo umano. La signora non aveva la minima idea del rischio. Non le è stato detto. Per legge, è un obbligo, informare, quando ci si sottopone ad una operazione così complessa. E che lo fosse, l’ha scritto il giudice che pure le ha dato torto: ex post, ha affermato che l’intervento aveva una possibilità elevata di rischio. E come mai non glielo hanno detto, che esisteva questa prevedibilità, così devastante?”.

Antonella è una donna semplice, di grandissima dignità. Ascolta, seduta. Matteo la sorregge, la sposta fisicamente. Lei non può più sorreggere il peso del tronco. Muove appena le mani. Eppure le hanno dato torto: dicendo che sì, la causa è l’operazione, ma nessuno ne ha colpa. Il professor Ruffolo solleva la questione del consenso, come dirimente: «L’ospedale ha mostrato solo una firma della signora, sotto cinque fogli protocolli scritti fitti: ma nella casella del rischio, c’è scritto “normale”. E poi, la giurisprudenza non si accontenta di una firma così: esige la prova, dell’informazione data».

Antonella ha il viso stanco, ma la voce è ferma: «Io sono andata in sala operatoria tranquilla, non ho dato alcun consenso ad una operazione a rischio. Mi hanno detto che era un intervento di routine. Non ero neanche agitata. Invece sono andata in coma 17 giorni. Al risveglio non vedevo le persone, non mi rendevo conto. Pian piano ho capito che non reggevo il tronco, il collo mi cadeva, penzolante, le gambe si muovevano a caso, le braccia non le muovevo più. Non riesco a capire. Come si fa a ridurre una donna di quarant’anni in una carrozzina, e dire che nessuno ha colpa?».

Un altro assurdo, di questa brutta storia, è il fatto che le siano stati lasciati in corpo cinque elettrodi. L’ha scoperto dopo, dai dolori. Ruffolo è sconcertato: «Questo è ancora più incredibile: l’ospedale dice che è stato fatto tutto con scienza e coscienza. E come mai, allora, ti scordi dei ferri nel corpo di una paziente? Se la negligenza si è spinta a tanto, come si valuta tutto il resto?». La legge, fin qui, ha lasciato tutta la tragedia sulle spalle della famigliola: «Colpisce – rileva l’avvocato – il tipo di giustificazione farisaica. Non basta: perché l’ente sanitario ha una responsabilità contrattuale. Io, paziente, devo dimostrare solo che sono entrato sano e sono uscito rovinato: l’ospedale ha l’onere di provare che ha ben operato. E purtroppo, basta guardare la signora, e rendersi conto di cosa ha dovuto e di cosa deve sopportare».

 

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