Don Treppiedi, il prete sospeso dal Papa racconta la mafia e il senatore D’Alì

di redazione Blitz
Pubblicato il 20 settembre 2013 12:08 | Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2013 12:08
Don Antonino Treppiedi

Don Antonino Treppiedi

ROMA – Don Antonino Treppiedi è stato appena sospeso per 5 anni da papa Francesco. Una storia di compravendite abusive  di immobili della Curia di Trapani (falsi sigilli papali). Don Treppiedi però ha deciso di pentirsi e parlare con i magistrati e il suo racconto costituisce ora un’arma per l’accusa nel processo per concorso in associazione mafiosa al senatore Pdl Antonio D’Alì, candidato dal partito di Berlusconi nonostante in nome della trasparenza siano stati sacrificati nomi eccellenti come Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri.

Treppiedi accusa D’Alì, ritenuto dai pm trapanesi uomo molto vicino a Matteo Messina Denaro, ultimo super latitante di Cosa Nostra. Il giudice ascolterà il sacerdote lunedì 23 settembre. Ecco, secondo La Stampa, cosa don Treppiedi ha detto ai magistrati:

Contumace per la Chiesa, dai pm Treppiedi è andato spontaneamente e ha chiuso l’ultimo verbale, quello riepilogativo delle accuse al suo ex intimo amico senatore. Sono gravi, gli episodi di cui accusa l’ex sottosegretario all’Interno D’Alì (la difesa li ritiene irrilevanti), ma su altri fronti il prete ha approfondito pure questioni finanziarie ecclesiastiche (in partegià emerse), che investono il Vaticano e lo Ior, sulle quali potrebbero esserci sviluppi clamorosi.

Treppiedi ha detto che pressioni mafiose avrebbero indotto un deputato regionale eletto a Trapani, Nino Croce, a optare per il “listino” del presidente della Regione, nel 2001, lasciando così un posto libero, in Forza Italia, a Giuseppe Maurici, vicino all’allora sottosegretario. Ci sarebbe stato poi un tentativo di indurre un testimone, l’ex sindaco di Valderice Camillo Iovino, a nascondere di avere fatto da intermediario tra un detenuto per mafia, Tommaso Coppola, e D’Alì: Treppiedi ha sostenuto di non averlo voluto fare. Il sottosegretario avrebbe poi pressato – senza riuscirci per far trasferire, nel 2003, il cacciatore di latitanti Giuseppe Linares, dirigente della Mobile di Trapani. E infine il figlio detenuto del boss trapanese Vincenzo Virga avrebbe inviato a D’Alì un telegramma, consegnato all’ex moglie. La donna, dopo avere denunciato il fatto pubblicamente, sarebbe stata costretta a ritrattare su pressione dell’allora marito.