Antonio Neri collezionista di lampioni al Museo della Ghisa

di redazione Blitz
Pubblicato il 14 Dicembre 2015 15:02 | Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre 2015 23:08
Antonio Neri collezionatore di lampioni al Museo

Il Museo della Ghisa

ROMA – Lampioni di tutta Europa anche di fine secolo: l’originale raccolta è esposta al Mig, il Museo Italiano della Ghisa, uno dei tre poli che compongono la fondazione Neri. A dirigerla, Antonio Neri, il figlio del fondatore Domenico.

Il Mig si trova a Longiano, vicino a Cesena. Non si tratta di un museo aziendale, sottolinea Andrea Rinaldi sul Corriere della Sera, bensì di un ente di partecipazione, di diritto inglese, autonomo rispetto alla casa madre Neri, azienda di illuminazione e light design con cento dipendenti ed un fatturato da 25 milioni di euro che si occupa dell’illuminazione pubblica di città di tutto il mondo, da Milano a Shanghai, da Portorico a Baku.

Rinaldi ha raccolto il racconto di Neri:

«Mio padre nel ‘62 cominciò a fare questo mestiere con l’illuminazione stradale e si mise a raccogliere pezzi in giro per l’Italia – racconta Neri -, capì che i lampioni di una piazza erano diversi da quelli di una strada statale e ne studiò le decorazioni e le tipologie». Quegli stilemi vennero pian piano assorbiti e riproposti nei pali dell’impresa cesenate. Spesso le amministrazioni gli cedevano quelle vecchie lanterne, così è successo per quella di Dublino, datata 1867. Tra disegni, cartoline e questi vecchi manufatti, in seno all’azienda si andava formando una vera «memoria di ferro». Anzi del «ferraccio», come veniva chiamata la ghisa nell’800: 400 pezzi sparsi oggi in un capannone di 900 metri quadri a cui si aggiungono oltre 700 cartoline d’epoca.

(…) Al Mig si trovano i calchi degli stemmi cittadini con cui la Neri lavora ancora oggi, si fanno lezioni sulla luce per le scuole materne, si accendono lampioni con la fiammella come nella Londra vittoriana di Oliver Twist. «Li abbiamo divisi così: da una parte a gas, più bassi, perché a quei tempi l’accensione da parte dell’addetto doveva essere agevolata. Di là quelli elettrici, e in mezzo li abbiamo ripartiti ancora per fonderie».

Ci sono i lampioni realizzati nel 1896 per la Montagnola di Bologna dalla Fonderia Barbieri; quelli di piazza Cordusio a Milano della Compagnia Continentale; l’unico esistente del Regno delle Due Sicilie: «Viene da Palermo e ne esistono solo altri 4 uguali, ad Acireale»; e il più vecchio di tutti, una lanterna del 1846 delle fonderie Balleydier Frères, scelto da Maria Luisa d’Asburgo, moglie di Napoleone, quando era granduchessa di Parma.

Il più insolito è sicuramente il lampione di Venezia, 1866, restaurato dalla Neri lungo il Canal Grande. Non tanto per la forma, quanto per lo stemma: «Vede? C’è il leone di San Marco e l’aquila, solo che i veneziani quando insorsero contro gli austriaci le tagliarono la testa e oggi ce lo chiedono ancora così», ride. E sempre sulla laguna la Fondazione Neri, grazie al suo archivio, è riuscita a datare e restaurare la lanterna che ha sostituito il «Ragazzo con la rana» di Charles Ray a Punta della Dogana. «Abbiamo una piccola sezione dedicata alle fontane e alle panchine, come quelle usate sui piroscafi Liverpool-Bombay, uguali a quelle ritrovate sul Titanic». Ora la sfida è censire le fonderie storiche e proseguire nel domandare lampioni e lanterne ai comuni che li vogliono dismettere. «Dobbiamo colmare il vuoto dal dopoguerra a oggi, perché sembrerà strano, ma non possiamo permetterci di invecchiare».