Antonio Tagliata: Vado e li ammazzo. Omicidio premeditato

di redazione Blitz
Pubblicato il 10 Novembre 2015 11:34 | Ultimo aggiornamento: 10 Novembre 2015 14:56
Antonio Tagliata: Vado e li ammazzo. Omicidio premeditato

Antonio Tagliata

ANCONA – “Io Antonio vado, sparo e ammazzo Roberta e Fabio“. Lo ha scritto su un biglietto trovato nella sua camera da letto, Antonio Tagliata, il giovane di 18 anni che ha sparato ai genitori della fidanzatina di 16 anni, Roberta Pierini e Fabio Giacconi, “colpevoli” di aver ostacolato la loro relazione. Prende sempre più la forma di un delitto premeditato quello consumato il 7 novembre in via Crivelli ad Ancona. In precedenza erano state trovate alcune lettere scritte da Antonio al padre, alla madre e ai fratelli, in cui il giovane si scusava per ciò che avrebbe fatto: frasi interpretate dai familiari come propositi suicidi, tanto da spingerli a rivolgersi ai carabinieri.

Il ragazzo ha spiegato agli inquirenti che in realtà non voleva uccidere i Giacconi, che pensava invece sarebbe morto lui e avrebbe lasciato una confessione scritta per proteggere il padre, che ha un passato di pesanti guai con la giustizia, da ipotetiche indagini. Nell’interrogatorio reso fra sabato e domenica Tagliata ha ribadito che voleva solo un chiarimento con i genitori della fidanzata. Una versione dei fatti che, però, appare più debole alla luce di quel bigliettino e che, soprattutto, sembra stridere con l’ingente quantitativo di armi con cui Antonio si è presentato in casa Giacconi: due caricatori, un terzo inserito, altri proiettili in un contenitore per un totale di 86 pallottole e la matricola della pistola abrasa. Ha buttato tutto in un cassonetto della spazzatura dopo la sparatoria. “La pistola – avrebbe poi spiegato agli inquirenti subito dopo il fermo – l’ho comprata da un albanese, in piazza Cavour ad Ancona. L’ho pagata 450 euro”.“Ero armato perché ero convinto di morire io”, avrebbe precisato. E al pm ha spiegato: “E’ stata lei a dirmi di sparare“.

Il 7 ottobre, questa la ricostruzione fornita da Antonio agli inquirenti, si è incontrato con la fidanzata alle 12, alla fermata dell’autobus di piazzale Europa. Insieme sono andati in via Crivelli 9, l’abitazione dei Giacconi, e nell’atrio Antonio avrebbe tirato fuori la pistola porgendola dalla parte del calcio alla sedicenne, e dicendole ”sparami tu…”. Lei avrebbe allontanato l’arma e avrebbe detto ”andiamo di sopra a chiarire con i miei”.

Resta comunque oscuro il profilo psicologico dei due giovani protagonisti, soprattutto per il rapporto simbiotico che li lega. I ragazzi sono stati fermati con le medesime accuse: omicidio volontario, tentato omicidio e porto abusivo d’arma da fuoco. Martedì ci saranno le udienze di convalida. Lo stesso giorno il medico legale Marco Valsecchi eseguirà l’autopsia su Roberta Pierini, freddata in casa da due colpi, a un braccio e alla nuca. Il padre della sedicenne, Fabio Giacconi, 49 anni, maresciallo dell’Aereonautica, è stato invece raggiunto da cinque colpi, di cui uno alla nuca, ed è in coma. Le sue condizioni neurologiche, riferisce il bollettino medico degli Ospedali Riuniti, sono “stabili nella loro gravità”, è “in coma, sedato farmacologicamente” e “sono comparse problematiche di carattere generale che compromettono ulteriormente la prognosi a breve termine. La prognosi resta riservata”.

Dopo aver sparato, Antonio avrebbe intimato alla fidanzata: “Vieni con me, tanto a te non succede nulla”. Mentre lei sostiene di averlo seguito per paura. Le rispettive famiglie si stringono attorno ai due ragazzi, dipingendone ritratti contrastanti. Antonio è un ragazzo “buono”, è stato “plagiato” dalla fidanzata, sostiene il padre di lui, sfiorato anche da un’inchiesta per omicidio ad Ancona: “La porta di casa l’ha aperta lei, c’è stata una colluttazione e lei ha detto sparagli…”, la sua ricostruzione.

La ragazza, ora affidata al centro di prima accoglienza per minori di Ancona, senza giornali, tv e Internet, dice di essere rimasta ”impietrita” quando ha visto Antonio estrarre l’arma: la difesa la descrive come una persona fragile, immatura, sotto choc. Ha chiesto notizie del padre, sa solo che è in terapia intensiva. “Cosa devo fare? Dove devo andare? Chi penserà a me? e la scuola…”, avrebbe domandato al suo avvocato, Paolo Sfrappini. Gli zii si sono resi disponibili come tutori (alla nomina provvederà il giudice tutelare): “Credono e sperano che abbia raccontato la verità e, nonostante la gravità dei fatti, pensano che debba essere protetta”, riferisce l’avvocato Marco Pacchiarotti.

La storia con Antonio era iniziata quattro mesi fa: le cose sembravano andare per il meglio. All’inizio mamma e papà Giacconi non li hanno ostacolati, tanto che avevano persino acconsentito ad una convivenza. Lo racconta l’avvocato Luca Bartolini, difensore del 18enne finito in carcere ad Ancona. Per venti giorni, i due erano andati a vivere a casa di lui, e il padre di Antonio ha mostrato una scrittura privata in cui le due famiglie consentivano la coabitazione. Poi qualcosa è cambiato, è sempre l’avvocato Bartolini a raccontarlo:  “Il padre di Antonio, Carlo, aveva ritenuto che il rapporto tra i due giovani fosse diventato troppo morboso, con il figlio che non usciva più di casa. Al punto che aveva chiesto alla madre di lei di venirsi a riprendere la figlia. Cosa che poi è avvenuta”. E’ stato a quel punto che i genitori della sedicenne le avrebbero impedito di rivedere il suo fidanzato, “tanto che lei era fuggita di casa per chiedere aiuto ai carabinieri. Mentre Antonio – prosegue l’avvocato – proprio perché non poteva più vedere la sua compagna aveva tentato due volte il suicidio”. Fino a sabato 7 novembre, quando si è consumata la tragedia.