App semaforo per segnalare contagiati. Volontaria, quindi inutile

di Riccardo Galli
Pubblicato il 9 Aprile 2020 13:11 | Ultimo aggiornamento: 9 Aprile 2020 13:11
App semaforo per segnalare contagiati. Volontaria, quindi inutile

App semaforo per segnalare contagiati. Volontaria, quindi inutile (Foto Ansa)

ROMA – Involontariamente inutile. Sono allo studio, in Italia e nel mondo, le possibili app da usare per tracciare i contagi, quei programmi che tramite smartphone ci dovrebbero avvertire se abbiamo incrociato un soggetto positivo al coronavirus e che dovrebbero dare alle autorità sanitarie la possibilità di ‘seguire’ i contagiati. Peccato che da noi, in Italia, la condivisione dei dati sarà volontaria.

Solo chi vorrà, per dirlo ancor più chiaramente, comunicherà la propria positività mentre chi non vorrà girerà invece senza nessun ‘alert’ a precederlo. E’ chiaro che così lo sforzo rischia di essere inutile perché, come è evidente, per funzionare un simile sistema di semafori deve coinvolgere se non tutta almeno la gran parte delle popolazione. E noi, diciamo in nome delle privacy, ci stiamo invece per affidare alla buona volontà degli italiani.

L’apripista su questo fronte è stata la Corea del Sud che, già ai tempi dell’epidemia di Mers, aveva iniziato a sperimentare app e programmi per tracciare i propri cittadini e individuare contagi e contagiati. Soluzioni che raccolgono dati dalle videocamere di sicurezza, dai movimenti della carta di credito e dal gps dello smartphone, con notifiche che arrivano ai cittadini quando un nuovo caso viene scoperto nella loro area.

“Compiamo le nostre indagini come fossimo ufficiali di polizia”, ha spiegato al New York Times Ki Mo-ran, epidemiologo che lavora per conto del governo di Seoul. “E con il tempo abbiamo rivisto le nostre leggi per dare priorità alla sicurezza invece che alla privacy in caso di crisi sanitarie”.

Mentre l’Europa chiede – giustamente – un’approccio comune perché teme il proliferare di metodi diversi e di regole diverse in un mercato digitale che è unico e che ha regole comuni, con il commissario per il mercato interno Thierry Breton e quello per la Giustizia Didier Reynders che hanno proposto “una cassetta degli attrezzi congiunta verso un approccio coordinato per l’uso di app per smartphone che rispettino gli standard di protezione dei dati dell’UE”, noi italiani ci stiamo ‘ispirando’ al modello di Singapore, dove adesso stanno affrontando la terza recrudescenza del Coronavirus.

Si tratta di un’app che si limita a registrare segnali di vicinanza in forma anonima, grazie a bluetooth e wi-fi, e avverte chi è entrato in contatto con una persona risultata positiva. I cittadini italiani che la scaricheranno forniranno tre informazioni: qual è il dispositivo con il quale sono stati in contatto, a che distanza, per quanto tempo.

Nel caso in cui qualcuno risultasse positivo, l’operatore medico che deve essere autorizzato dal cittadino stesso, attraverso un codice identificativo anonimo invierà un messaggio di allerta per informare tutti quegli utenti, sempre identificati in modo anonimo che sono entrati in contatto con chi ha contatto il virus. Il medico dovrà essere autorizzato e il download dell’app non sarà obbligatorio.

“Da noi le app e i questionari online sono obbligatori quando si è positivi, ma stiamo pensando di renderli
tali anche per tutti gli altri”, spiega al telefono Kira Radinsky, della Diagnostic Robotics e capo ricercatrice sul fronte big data di eBay in Israele, altro Paese in prima linea nella guerra al coronavirus. Da noi invece, in Italia, tutto sarà su base volontaria. Ma la volontarietà rischia di rendere inefficace lo strumento.

Solo se il 90% degli italiani sarà disponibile e, soprattutto, se la quasi totalità dei positivi darà il suo consenso, la cosa potrà funzionare ed avere un’utilità reale. Senza percentuali simili è evidente che le maglie della rete sarebbero così larghe da far passare qualsiasi cosa, incapaci di filtrare alcunché. Ma noi non siamo scandinavi, non amiamo e non ci fidiamo delle istituzioni e pochi come noi sono refrattari ai doveri.

In fondo siamo il Paese dove giusto allo scoppio dell’epidemia una coppietta de Codogno pensò bene di andare a fare il weekend in montagna e, all’arrivo della febbre, di presentarsi al pronto soccorso. Siamo il Paese dove un giorno sì e l’altro pure bisogna ripetere gli inviti a non uscire, dove si comminano migliaia di multe, dove andare a correre sembra improvvisamente più importante che respirare, dove persino alcuni parroci in barba ai divieti hanno accolto fedeli… Siamo il Paese dove, a quarantena in vigore, ogni giorno si vede in giro qualche macchina in più perché c’è il sole…