Black Monkey, Comune Modena parte civile processo contro gioco illegale gestito dal “re” delle slot

di redazione Blitz
Pubblicato il 5 Luglio 2019 12:17 | Ultimo aggiornamento: 24 Luglio 2019 8:57

ROMA – Potrebbe essere sentito sabato 6 luglio in aula a Bologna il collaboratore di giustizia Nicola Femia, condannato a 26 anni e 10 mesi in primo grado presunto boss dell’’ndrangheta nonché “re” delle slot. Femia sarà ascoltato nella seconda udienza del processo d’appello per l’inchiesta denominata Black Monkey, indagine della Finanza incentrata sul mondo delle macchinette illegali.

Femia era stato condannato nel 2013 per aver gestito il controllo di slot illegali a Modena e provincia, con un giro d’affari tra Vignola, Maranello, Sassuolo e Formigine. Le macchinette venivano affidate ai clan affinchè ne fossero foraggiate le casse. Come racconta Il Resto del Carlino, all’epoca la finanza, su imput della Dda, aveva fatto irruzione in un locale, il “Royal” di Castelfranco, trovando videopoker con la scheda alterata e slot che potevano essere telecomandate a distanza per truffare di fatto chi tentava la fortuna.

Femia aveva firmato il noleggio dell’apparecchiatura e da qui era venuta fuori la maxi inchiesta che ha portato al processo Black Monkey e alla scoperta del giro d’affari milionario gestito da Femia insieme a figli e collaboratori. Tra le parti civili coinvolte nel procedimento il noto giornalista Giovanni Tizian, minacciato di morte per le sue inchieste sul clan e finito sotto scorta.

Ora, come emerso duante la prima udienza che si è tenuta martedì 2 luglio, potrebbero emergere nuovi “spunti” e scenari sull’inchiesta Black Monkey dal momento che potrebbe parlare proprio il pentito Femia. Il Comune di Modena si è intanto costituito parte civile.

Sempre Il Resto del Carlino spiega che la decisione di costituirsi parte civile nel processo che riguardava reati commessi dall’associazione di tipo mafioso nel settore del gioco elettronico e delle video slot era stata assunta dal Consiglio comunale nel marzo del 2013. Poi, a febbraio 2017, la sentenza di primo grado: una sentenza durissima, sia per le condanne inflitte agli imputati che per i risarcimenti riconosciuti alle parti civili.

L’accusa più grave contestata dal pm Caleca, quella di associazione a delinquere di stampo mafioso, ha tenuto e i giudici hanno condannato i 23 imputati (ma solo una decina per mafia) a 175 anni complessivi di carcere e al pagamento di danni per circa tre milioni e mezzo di euro.

Gli arresti effettuati dalla Finanza scattarono nel 2013. Secondo il pm, l’organizzazione legata alla ’ndrangheta e capeggiata da Femia si arricchiva con il gioco d’azzardo e le slot machine taroccate da Bologna alla riviera passando per Modena.

Fonte: Il Resto del Carlino