Bologna, detenuto suicida: ministero condannato dopo 13 anni

Pubblicato il 4 Gennaio 2010 15:44 | Ultimo aggiornamento: 4 Gennaio 2010 15:44

carcereDopo 13 anni l’amministrazione penitenziaria deve pagare la morte di un detenuto, anche se si tratta di suicidio. Quel decesso è costato al ministero una condanna a 100 mila euro, con la rivalutazione degli interessi dal 1996.

Nel febbraio di quell’anno, a sette mesi dall’arresto, il franco-tunisino Georges Alain Laid, è stato trovato impiccato alla Dozza in cella d’isolamento, con la giacca del pigiama legata alla maniglia del bagno. Era la notte del 24 settembre ’96, dopo sei giorni sarebbe uscito dal carcere dove era entrato per un furto in un negozio di scarpe nel centro della capoluogo emiliano.

Per quel “suicidio annunciato”, come lo definì la senatrice Daria Bonfietti in un’interrogazione parlamentare alla madre di Georges Alain tocca il risarcimento per i «danni morali ed esistenziali», stabilito dal Tribunale di Bologna e confermato dalla Corte d’Appello.

Secondo i magistrati Georges Alain non doveva essere lasciato solo dalle guardie penitenziarie, per questo il Dap è stato condannato e ha fatto ricorso in Cassazione. Il detenuto – spiegano i giudici- «era solito procurarsi traumi ripetuti», perché «pochi giorni prima della morte gli era stato diagnosticato uno stato ansioso-depressivo per la morte del fratello», perché questo stato «era caratterizzato da idee autosoppressive».

Sua madre ha lottato per 13 anni affinché la giustizia trovasse la verità sulla morte del figlio, anche se il caso venne archiviato, come richiesto dal pm Franca Oliva e accordato dal gip Aurelia del Gaudio. Nonostante ciò la madre di Laid continuò la causa civile, seguita dagli avvocati Alessandro Gamberini e Gianfranco Focherini e ha vinto sia nel 2004, con la sentenza di primo grado, e nell’ottobre scorso, con quella d’appello: entrambe hanno decretato che sia in caso di omicidio che di suicidio «la responsabilità dell’amministrazione penitenziaria sussiste comunque in virtù del rapporto che a essa lega funzionari e agenti della penitenziaria».