Bologna: obbligo di insegne in italiano per i negozi etnici

Pubblicato il 9 Gennaio 2012 16:23 | Ultimo aggiornamento: 9 Gennaio 2012 16:23

BOLOGNA – Obbligo di insegne in italiano per i commercianti pakistani, cinesi, nordafricani o russi che hanno un negozio nel Comune di Bologna. Per mettere a norma le insegne, scritte in lingua straniera, il tempo è di 12 mesi. La giunta del sindaco Virginio Merola, con il plauso dell’opposizione del centrodestra locale in consiglio comunale, ha fatto entrare in vigore la legge che obbliga i negozianti extracomunitari a tradurre in italiano le scritte sulle vetrine, o sui teloni per l’ombra estiva, pena il pagamento della sanzione sulla cartellonistica prevista dal codice della strada.

La scritta dovrà essere leggibile, quindi di dimensioni accettabili. Esenti dal provvedimento le marche registrate con copyright e i termini ormai entrati nel linguaggio comune, come il celebre kebab.

Un provvedimento che ha un unico precedente in Italia, a Novara. Nell’ottobre 2010 la giunta di centrodestra all’epoca orfana del sindaco leghista Giordano migrato in consiglio regionale, si era affidata momentaneamente al vicesindaco Pdl, Silvana Moscatelli, per emettere l’ordinanza all’unanimità. Là il presunto problema era circoscritto per il borgo-quartiere di Sant’Agabio, mentre a Bologna si estenderebbe tra i dedali della cittadella universitaria e oramai per ogni quartiere al di là dei viali di circonvallazione.

La scelta della giunta novarese seguiva una proposta del gruppo parlamentare della Lega Nord datato aprile 2010 che oltre allo stop delle insegne etniche imponeva agli extracomunitari titolari di attività commerciali un attestato di conoscenza della lingua italiana. Idea che venne comunque bocciata e venne definita dal deputato Idv, Leoluca Orlando: “Una pericolosa deriva d’intolleranza”.