Cronaca Italia

Nuovi scenari su via D’Amelio: un’altra autobomba era pronta a uccidere Borsellino

Paolo Borsellino

Cominciano ad affiorare a poco a poco le verità scomode sulle stragi di mafia. Verità che arrivate anche alla Commissione parlamentare Antimafia, che ha ascoltato i procuratori di Caltanissetta incaricati delle indagini.

I nuovi elementi sono stati ricostruiti da Guido Ruotolo su la Stampa. La prima novità dà ulteriori dettagli sulla morte del magistrato Paolo Borsellino. Il 19 luglio, a Palermo, non c’era una sola autobomba. Se quella in via D’Amelio non avesse funzionato, ce n’era pronta un’altra, in via Cilea dove abitava il magistrato. Via D’Amelio era infatti l’abitazione della madre, che Borsellino andava spesso a trovare.

Due autobombe, con uno spiegamento di una “squadra operativa” del tutto inconsueta rispetto alla tradizionale strategia dei Corleonesi. Per questo il dettaglio è una novità di enorme portata: i boss fecero tutto da soli?

Altra novità. Ora si sa anche dove si trovava colui che premette il pulsante dell’autobomba: era in un attico a 150 metri in liena d’aria da via D’Amelio, nel palazzo dei Graviano, prestanome della famiglia dei Madonia. Si sa solo ora ma tanti indizi portavano a quel palazzo: le cicche di sigaretta a terra, anche vicino all’autobomba esplosa: perchè non è stato prelevato il dna? perchè non sono stati valutati documenti, foto e filmati? Una testimone, qualche giorno dopo quel 19 luglio, chiamò la polizia: disse di aver visto movimenti proprio nei pressi di quell’attico. Ma le sue parole non vennero verificate.

E poi l’esplosione della 126, quella che ha ucciso Borsellino. Gaspare Spatuzza, pentito ritenuto affidabile dalla procura, racconta che nel garage dove l’auto è stata imbottita d’eplosivo c’era anche un altro uomo oltre ai boss. Lo riconosce nella persona di Lorenzo Narracci, che non è un uomo delle cosche, ma un funzionario dei servizi segreti. E poi quel commento: “E’ l’unico attentato con l’esplosivo che abbiamo gestito noi che va in porto”. Solo una coincidenza?

Per non parlare dei depistaggi: 3 poliziotti al momento sono indagati. Depistaggi, testimonianze fasulle e documenti “dimenticati” in archivio. Gli uomini della procura di Caltanissetta ora stanno vagliando tutto questo, per ricostruire come andarono le cose 18 anni fa. E per rendere giustizia ai probabili innocenti che nel frattempo sono stati condannati all’ergastolo.

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