Boss Mariano Agate definito “pezzo di me***”: giornalista Gaspare Giacalone condannato

di redazione Blitz
Pubblicato il 4 novembre 2017 14:12 | Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2017 14:12
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Boss Mariano Agate definito “pezzo di me***”: giornalista Gaspare Giacalone condannato

ROMA – Anche un boss di mafia come Mariano Agate, capo mandamento di Mazara del Vallo (Trapani) condannato all’ergastolo per la strage di Capaci e morto il 3 aprile 2013 a 73 anni, ha diritto alla “dignità” che il “nostro ordinamento riconosce a qualunque essere umano” e non può essere definito “pezzo di merda”: con questa motivazione la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione emessa “perché il fatto non costituisce reato” dal blogger Gaspare Giacalone, accusato di aver diffamato la memoria di Agate perché sul web ne aveva ricordato la storia criminale concludendo che la sua morte aveva tolto alla Sicilia “un gran bel pezzo di m….”.

Secondo la Cassazione, nemmeno chi “è appartenuto a una associazione malavitosa sanguinaria e nefasta (o addirittura la capeggia)” può essere paragonato ad un escremento. E’ stato così accolto il ricorso della Procura di Trapani, supportato dalla vedova e dai figli di Agate.

Ad avviso della Suprema Corte, “il fondamento costituzionale del nostro sistema penale postula la ‘rieducabilità’ anche del peggior criminale e, pertanto, non può tollerare, neanche come artifizio retorico, la sua reificazione”.

Giacalone, querelato dalla vedova e dai figli del boss, era stato prosciolto dal giudice di Trapani Gianluigi Visco, nel giugno 2016, in quanto l’espressione usata “imponeva al lettore di confrontarsi con il sistema pseudo-valoriale” di Cosa Nostra “di cui era parte l’Agate, in un contesto ambientale nel quale la confusione (o apparente coincidenza) tra valori e disvalori costituisce un obiettivo preciso del sodalizio criminoso”.

Secondo il tribunale la frase “rappresentava uno strumento retorico in grado di provocare nel lettore un senso di straniamento” per “sollecitarlo ad una nuova consapevolezza sulla necessità di stradicare ogni ambiguità nella scelta tra contrapposti (seppur artatemente confondibili) sistemi valoriali”.

Ma la Cassazione si è dissociata “dalla finalità” perseguita dal blogger “di aggredire l’ambiguità del sistema di controvalori mafioso” ritenendola “non idonea a giustificare la lesione di un valore fondamentale della persona”. “E si ritiene doveroso aggiungere – prosegue la Suprema Corte – di qualunque persona, anche del riconosciuto autore di delitti efferati, giacché proprio il rispetto di tali diritti vale a qualificare la superiorità dell’ordinamento statale, fondato sulla centralità della protezione dell’individuo, rispetto ad organizzazioni criminali, che invece si nutrono del sostanziale disprezzo di chi non risponda alle proprie finalità, quale che sia il modo in cui esso possano autorappresentarsi per cercare di conquistare il consenso sociale”.

Secondo i giudici, la “celebre frase” di Giuseppe Impastato “la mafia è una montagna di m….” sottolineava “la devastante capacità” dei clan di “intaccare le strutture portanti della società civile” e non può essere d’aiuto perchè non prendeva di mira il singolo. Giacalone tornerà sotto processo davanti alla Corte di Appello di Palermo. A lui era stata espressa solidarietà dalla Fnsi, e da parlamentari dem e M5s, come Mattiello e Giarrusso.

 

 

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