Brento, monte maledetto: 15 morti volanti in 20 anni, 3 nel 2014

di redazione Blitz
Pubblicato il 9 Dicembre 2014 11:36 | Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre 2014 11:36
Brento, monte maledetto: 15 morti volanti in 20 anni, 3 nel 2014

Brento, monte maledetto: 15 morti volanti in 20 anni, 3 nel 2014

TRENTO – Quindici morti negli ultimi 20 anni, 3 solo nel 2014. Sul Monte Brento, 1545 mt di brivido a strapiombo sulla valle del Sacra, in Trentino, c’è un piccolo cimitero di montagna. Sono le croci dei base jumper che hanno perso la vita nell’ultimo disperato volo dal Becco dell’Aquila, parete rocciosa particolarmente cara ai paracadutisti estremi ma considerata troppo pericolosa dagli amministratori trentini che vorrebbero bandirla.

L’ultima tragedia si è consumata lunedì mattina: a morire è stato Leonardo Piatti, 39 anni di Pesaro. Era salito fino in Trentino assieme alla moglie per provare l’ebrezza di quei 9 secondi in caduta libera. Ma invece di volare col paracadute, si è andato a schiantare contro le rocce. Quest’anno, prima di lui, sono morti un paracadutista messicano, ad agosto, e poi una ventenne russa.

Il base jumping, per chi non lo conoscesse, è uno sport estremo che consiste in lanci nel vuoto da postazioni fisse con un paracadute. Ogni volta la sfida si fa più pericolosa: numeri base vengono assegnati a coloro che hanno effettuato almeno un salto da ciascuna delle quattro categorie: edifici, antenne, ponti e terra.

Il Becco dell’Aquila è una meta ambitissima per gli amanti del brivido: uno sperone di roccia che sembra fatto apposta per i base jumpers, con la parete che rientra come a formare un enorme trampolino di lancio. Vengono qui da tutto il mondo e si lanciano fino a 3-4 mila volte l’anno.

Lassù, insieme a Leonardo Piatti c’era anche Maurizio Di Palma, considerato un guru del base jumping in Italia, quello che si è lanciato dal Duomo di Milano, e almeno un migliaio di volte è saltato dal Becco dell’Aquila. Secondo lui si è trattato di un tragico errore umano:

“Siamo pochissimi in Italia a praticare questo sport e ci conosciamo tutti. Purtroppo si è trattato di un errore umano: ha usato una tuta deriva che consente prestazioni inferiori rispetto a una tuta alare ed è rimasto troppo vicino alle rocce”.

Ma guai a vietare i lanci:

“Allora dovrebbero vietare tutte le montagne. Stiamo fondando un’associazione che possa essere un punto di riferimento per chi vuole lanciarsi dal Brento perché troppe tragedie potevano essere evitate con più preparazione e maggiori informazioni”.

Non sono dello stesso avviso le amministrazioni trentine. Nel 2001 la Provincia autonoma di Trento provò a vietare i lanci ma senza risultati. “L’istituzione di un divieto potrebbe alimentare la voglia di trasgressione”, è il ragionamento del governatore Ugo Rossi. 

“Negli ultimi dieci anni le abbiamo studiate tutte – aggiunge il sindaco di Dro, Vittorio Fravezzi – ma pare che non ci sia la possibilità giuridica di vietare o limitare i lanci da questo monte. Anche perché non avrebbe senso introdurre un divieto senza la possibilità di farlo rispettare”.

La paura, meschina, è che se ci fosse una norma l’amministrazione potrebbe essere esposta a richieste di risarcimento.