Calipari, la rabbia della vedova: “Mio marito un caduto dimenticato”

Pubblicato il 3 Novembre 2010 16:50 | Ultimo aggiornamento: 3 Novembre 2010 16:54

Nicola Calipari

”Mi chiedo perché si vuole considerare i caduti dell’AISE (Agenzia internazionale per la Sicurezza esterna, ndr) come normali defunti? Mi chiedo, con profonda amarezza se questi servitori dello Stato sono morti ‘per malattia’ o sono uomini che hanno operato e consapevolmente donato la propria vita per la sicurezza di tutti noi? E’ grave compiere rimozioni di memoria di tale gravità  in un Paese come il nostro che rischia quotidianamente l’oblio e la dimenticanza”.

Con queste parole Rosa Villeco Calipari, vedova di Nicola Calipari (agente italiano ucciso dai soldati Usa in Iraq nelle fasi immediatamente successive alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena) spiega sul suo sito www.rosacalipari.it il perché della sua mancata partecipazione alla cerimonia in ricordo dei caduti dell’Aise che quest’anno si è  svolta il 2 novembre, ricorrenza dei defunti.

”Tutto questo è reso ancora più  grave dal fatto che i caduti delle missioni internazionali hanno ben due momenti istituzionali per essere ricordati, più consoni all’importanza della commemorazione che non la giornata dei defunti, il 2 novembre. Insisto su questo punto perché credo non possano essere considerati defunti per ‘normale termine vita’ ma invece caduti nel corso di missioni internazionali in territori dilaniati da conflitti: Somalia, Iraq, Afghanistan”.

C’erano molte altre date utili, nota: ”La prima data è il 9 maggio, il ‘Giorno della memoria’, la seconda è il 12 novembre la ‘Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace’.Ritengo che ognuno di loro abbia svolto il proprio dovere di servitore dello Stato fino al sacrificio estremo. In questo consiste l’eroismo delle loro vite e delle loro morti. Per onorarli autenticamente, ho deciso di non partecipare alla celebrazione del 2 novembre organizzata dall’AISE, perché credo che ogni data abbia sempre una sua portata simbolica e svuotandola della capacità di trasmettere valori e memoria, si rischiano – deliberatamente – oscure derive”.