Cannabis a casa, chi la coltiva: benestanti, istruiti, over 35. Poca, artigianale e solo per sè

di Riccardo Galli
Pubblicato il 30 Dicembre 2019 8:57 | Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre 2019 8:57
Cannabis e marijuana a casa, chi la coltiva: benestanti, istruiti, over 35. Poca, artigianale e solo per sè

Cannabis a casa, chi la coltiva: benestanti, istruiti, over 35. Poca, artigianale e solo per sè (foto Ansa)

ROMA – Poca, artigianale e solo per sé. Istruito, benestante e over 35. La prima è la marijuana, quella che in virtù dell’ultima sentenza della Cassazione si potrà coltivare a casa con relativi paletti e, il secondo, è l’identikit di chi al fai da te ha già pensato e che al “drogato” somiglia davvero molto poco.

In attesa della pubblicazione delle motivazioni della sentenza, e di un eventuale nuova normativa in materia, da oggi la coltivazione di “erba” per uso personale non è più vietata ma anzi lecita. A patto di rispettare alcuni limiti che la pubblicazione citata dovrebbe meglio chiarire.

Per ora infatti si sa che la coltivazione deve essere “artigianale” e limitata nel numero delle piante, oltre che solo per sé. Paletti che lasciano spazio all’interpretazione e alla discrezionalità di questa: per artigianale si intende con la luce del sole o si possono usare le lampade che anche Ikea vende? Poche piante significa una, un paio o quante? E se “uso personale” è un concetto che esclude la vendita, non chiarisce cosa fare tra due amici che la coltivano insieme o come una coppia convivente si debba regolare?

Dubbi a parte, la novità è comunque grande, quasi storica se la si inserisce nel sostanziale rovesciamento di approccio che il mondo occidentale sta applicando all’universo della cannabis. Rovesciamento figlio di maggiore consapevolezza sui rischi, ma anche della contezza dei possibili profitti. Questa rivoluzione, come tutte le altre, ha già una sua avanguardia: un esercito di 100mila persone che in Italia da tempo ha scoperto e usa l’autoproduzione.

Esercito nelle cui fila non sono annoverati quelli che lo fanno per ragioni mediche e per sopperire alla difficoltà di reperimento legale anche a fronte di prescrizioni mediche, come non ci sono quelli che coltivano per profitto e che per legge continuano ad essere spacciatori oltre che delinquenti. Centomila persone che non sono come molti però immaginerebbero. E certo non sono come i proibizionisti li dipingono secondo l’equazione drogati- uguale-emarginati-asociali-pericolosi.

Chi già prima delle sentenza coltivava la sua brava piantina risponde ad un identikit del tutto diverso. In primis niente ragazzini, chi coltiva è over 35, ma neanche ottuagenari. I primi, i più giovani, non hanno per ovvie ragioni un luogo dove farlo sottoposti come sono al giudizio dei genitori mentre i secondi, gli ottuagenari, scontano delle difficoltà tecniche oltre che un gap culturale. Non è però l’età l’elemento più sorprendente quanto lo status socio economico dei fumatori col pollice verde.

I coltivatori domestici di cannabis sono infatti istruiti, mal che vada diplomati e più spesso laureati, e benestanti. Cioè soggetti colti, inseriti nella società e nel mondo del lavoro al punto da avere anche un buon reddito. La decisione di coltivare in casa e auto produrre, decisione che potrebbe coinvolgere molte più persone ora che è inserita in una cornice di legalità, è infatti figlia in primo luogo di una scelta consapevole. Scelta di chi non vuol foraggiare la criminalità e di chi con questa non vuole avere nulla a che fare, nemmeno per comprare quell’erba che ormai in molti Paesi è perfettamente legale e che anche lo Stato Italiano coltiva, seppur solo per scopi terapeutici e in dosi quasi omeopatiche. Una consapevolezza che come sempre accade è figlia di un ragionamento, ed è lo studio a fornire gli strumenti per pensare e quindi ragionare.