Capitano Ultimo, dalla cattura di Totò Riina alla Sanità in Calabria: l’Arma mi ha dato tutto, gli altri solo guai

di Antonello Piroso *
Pubblicato il 28 Marzo 2021 10:34 | Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2021 13:32
Capitano Ultimo, dalla cattura di Totò Riina alla Sanità in Calabria: l'Arma mi ha dato tutto, gli altri solo guai

Capitano Ultimo, dalla cattura di Totò Riina alla Sanità in Calabria: l’Arma mi ha dato tutto, gli altri solo guai

Il Capitano Ultimo ha compiuto 60 anni il 21 febbraio scorso, ricorda Antonello Piroso in questo articolo pubblicato su La Verità. Anche gli eroi vanno in pensione. Sì, è vero: la qualifica è abusata, spesso usata a sproposito. Ma come altro si può definire l’uomo che ha catturato l’allora nemico pubblico numero 1. Che era il Capo dei Capi, il mammasantissima di Cosa Nostra, l’artefice della strategia stragista mafiosa. Che stava facendo tremare l’Italia tutta intera, ovvero Totò Riina?

 Io continuo a chiamarlo così, capitano Ultimo. Anche se nel frattempo il suo nome e cognome sono diventati di dominio pubblico (Sergio De Caprio, nda) e il suo grado nell’Arma dei Carabinieri è diventato quello di colonnello. 

Ma non sparisce dalla vita pubblica. È assessore all’ambiente della Regione Calabria, voluto in quel ruolo dalla scomparsa presidente Jole Santelli. Che “si è battuta fino alla fine come una leonessa contro la sua malattia, con spirito di sacrificio e di amore per la sua terra: onore a lei”. 

Però il suo appendere virtualmente la divisa al chiodo è l’occasione per fare un piccolo bilancio, professionale ma anche esistenziale. Appesa peraltro molto virtualmente. Il suo non indossarla sempre -come i vertici, le “giacche blu” come le chiama lui, avrebbero voluto- è uno dei tanti motivi per cui Ultimo o lo si ama o lo si contesta.

Capitano Ultimo, prendiamo subito il toro per le corna. Lei e i suoi uomini, dopo mesi di appostamenti, tirate giù dalla macchina e catturate Riina. Lo portate in caserma, gli fate le necessarie foto di rito. E già per quello fioccano le polemiche. Lo scatto del boss sotto la foto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (una sua vittima, tra l’altro) viene giudicata una provocazione.

Una situazione incredibile: un procuratore ha detto che era rimasto colpito da quella immagine, perchè avevamo “umiliato” Riina. Naturalmente massimo rispetto per quel magistrato come per tutti i magistrati, però diciamo che siamo rimasti, come dire?, spiazzati.

Certo, ovviamente deferenza anche per quelli che l’hanno mandata a processo. Dopo aver lei posto fine alla latitanza di Riina, per aver smesso di fare la guardia al suo covo. Accusandola di favoreggiamento. Risultato? Lei viene assolto, senza che poi la stessa Procura di Palermo faccia appello.

La Procura ha sostenuto non li avessimo avvertiti, invece avevamo condiviso tutte le scelte. Un altro passaggio paradossale. Che segna il declino di un modo di fare la guerra alla Mafia. Che poi era quello di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ma anche della dottoressa Carla Del Ponte. L’Antimafia dei combattenti costruita con il sangue delle vittime. L’Antimafia seria, di servizio e non quella che si trasforma in manipolazione e contropotere.

Una vicenda comunque grottesca, quella del suo processo, in America avrebbero portato il capitano Ultimo alla Casa Bianca per una foto con il Presidente.

Con il risultato di indebolire l’immagine e la forza di uno Stato unito come un sol uomo nella guerra alla criminalità, quasi legittimando in maniera implicita la sottovalutazione, la minimizzazione del ruolo di Cosa Nostra nelle stragi, perchè non funzionale a una certa narrazione. 

Si sta riferendo alla cosiddetta trattativa Stato-Mafia?

Non mi permetto di entrare nelle dinamiche processuali, o di giudicarle. Faccio una riflessione di ordine generale, al di là delle inchieste. Una trattativa postula l’esistenza di due parti (che nel caso specifico sarebbero emissari di Riina e funzionari dello Stato, i quali spontaneamente o “spintaneamente” l’avrebbero avviata o recepita). E di un oggetto che possiamo definire “accordo”, le cose cioè su cui le medesime parti convengono. Ma qui cosa succede?

Che quasi tutti i killer e i capi mafiosi (in libertà è rimasto il solo Matteo Messina Denaro) o hanno iniziato a collaborare con la giustizia. Penso a Giovanni Brusca. O sono finiti in carcere e, come Riina, ci sono morti.

Bene, Piroso, seguo il suo ragionamento: significa che una delle due parti non avrebbe mantenuto fede agli accordi. Ma questa “violazione” contrattuale, chiamiamola così, viene forse impugnata, fatta valere dai boss detenuti o dai loro avvocati? No: se ne fa carico una parte terza, alcuni pm che appunto hanno ritenuto sussistano elementi a suffragio di tale ricostruzione. Fatto strano, incomprensibile, gravissimo.

Il capitano Ultimo: così è stato minato l’impegno antimafia

Perchè ha contribuito a minare quell’impegno che è stato profuso con lutti e dolore nella guerra alla mafia, a spezzare il fronte. 

Come se si volesse o dovesse dimostrare un teorema. Tanto più che poi i magistrati (penso per esempio a Antonio Ingroia, che nel frattempo si è perso nel “labirinto degli dei”) si sono ritrovati con il Ciancimino in mano. Affidandosi a un personaggio come Massimo Ciancimino. La cui credibilità è stata demolita dalle condanne per riciclaggio, calunnia, detenzione di esplosivi.

Lasciamo la Sicilia per la Calabria, terra di ‘ndrangheta, una delle più potenti organizzazioni criminali al mondo, dove tutela dell’ambiente vuol dire occuparsi di traffico di rifiuti, cementificazione selvaggia, acque, depuratori e reti fognarie.

E’ un onore essere qui. La gente di Calabria è splendida. Sono stato accolto con affetto e rispetto, ma non posso negare che a livello organizzativo scontiamo lacune, inefficienze, ritardi. Partiamo da una situazione di assenza della capacità operativa della struttura deputata a occuparsene, l’Arpa Calabria, l’agenzia per il monitoraggio ambientale, anche per la scarsità di risorse a disposizione.

Pochi soldi per l’Arpa

Be’, tenga conto che l’ente ha a disposizione un budget di 15 milioni di euro, quando ne servirebbero altrettanti per arrivare a quei 30 milioni che sono poi il bilancio dell’Arpa dell’Umbria. Ora, le pare possibile che l’attuale stanziamento sia la metà, in una regione che ha, tanto per dirne una, 800 chilometri di coste? Abbiamo chiesto al commissario straordinario. Reitereremo la richiesta anche al ministro della Salute Roberto Speranza. Perchè in tutto questo i calabresi non hanno da anni l’autodeterminazione, ma sono controllati “da remoto”. Speriamo che ci rispondano, altrimenti faremo sentire la nostra voce insieme a quella dei sindaci di questa regione, spesso dimenticata e trattata come l’ultima delle provincie dell’impero.

Senza dimenticare che se è vero che non tutti i calabresi (uno per tutti: mio padre) non sono ‘ndraghetisti, tutti gli ‘ndranghetisti sono calabresi: le cosche sono vive e vegete.

Solo pochi giorni fa sono andato a Cetraro, un comune in provincia di Cosenza. Dove c’è stato un grave atto di intimidazione ai danni del maresciallo a capo della locale stazione dei carabinieri. Cui è stata mitragliata l’auto. Ho chiesto anche a nome loro di poter parlare con il ministro della Difesa Lorenzo Guerrini. Ho lasciato un messaggio alla sua segreteria. Anche per vedere di aprire un tavolo tecnico insieme al ministro dell’Interno. Per capire come si sta impostando la lotta alla ‘ndrangheta. Ma non ho ancora avuto risposta, evidentemente deve essere alle prese con tante altre priorità.

Non ultima forse il rilancio del suo partito, il Pd, ma non voglio maramaldeggiare

La Calabria è alle prese con la gestione dei vaccini antiCovid, campagna che sta andando a rilento. I medici di base dicono che su 130 mila ultra80enni, ne sono stati vaccinati solo 30 mila.

So che non è di sua competenza e non è materia sua, ma le chiedo se le risulta questo stallo. Aggiungendo che, come testimoniato da più parti, a fine giornata le dosi inutilizzate vengono buttate e non utilizzate per altri soggetti.

Non mi sono ancora vaccinato, aspetto il mio turno quando sarà, perchè ci sono persone -gli anziani, i malati, i fragili- che ne hanno bisogno prima di me e prima dei politici. Quanto al problema, io non sono calabrese. Ma difendo la Calabria perchè la sanità è stata commissariata e si sono deresponsabilizzate le persone del settore. Vengono commissariati i Comuni, dove viene mandato un impiegato per la gestione degli affari correnti, il quale lavora 18 ore la settimana. Ma come si fa a parlare di task force a Roma o a Bruxelles, quando poi sul territorio siamo messi così?

Senza pianificazione, senza uomini, senza mezzi

La trovo battagliero come sempre, ma non avevo dubbi. So anche che la Casa Famiglia da lei fondata a Roma, i volontari del Capitano Ultimo, dove vengono portati avanti progetti di solidarietà a sostegno degli ultimi, lavora come e più di prima. Soprattutto in tempi di pandemia. Un’esperienza anche spirituale. Crede in Dio, Capitano?

Con molti dubbi e errori, non sono perfetto. Cerco di applicare gli insegnamenti di Nostro Signore, ho fede nell’atto del dono, perchè in ogni gesto di aiuto e generosità nei confronti degli umili, i deboli, i dimenticati, c’è Gesù. Credo nella Chiesa dei poveri, perchè se siamo tutti in mezzo alla stessa tempesta, non siamo tutti sulla stessa barca. Dobbiamo impedire al virus di allargare ancora di più il divario e le disuguaglianze.

In conclusione, Capitano: ha dato di più l’Arma dei Carabinieri a Ultimo, o lei all’Arma? 

L’Arma mi ha dato tutto, e io ho restituito pochissimo rispetto a quello che ho ricevuto. Mi hanno insegnato a essere, ancora prima che un combattente, un uomo, e che prima vengono il bene comune e la sicurezza dei cittadini e poi le esigenze personali. L’ho imparato da tutti i carabinieri che ho incontrato, rispetto al quale io sono niente. Io sono Ultimo.

 * da La Verità