Carcere di Canton Mobello: costruito per 200 detenuti, ne ospita 600

Pubblicato il 12 Marzo 2012 13:11 | Ultimo aggiornamento: 12 Marzo 2012 13:12

ROMA – Il carcere di Canton Mombello a Brescia ospita 600 detenuti. Un sovraffollamento del 260 per cento in una struttura che potrebbe ospitarne al massimo 200. Questo accade in Lombardia, la regione con il più alto numero di detenuti in Italia, oltre 9 mila. Francesco Gioieni, direttrice del carcere, ha accolto il giornalista Antonio Crispino del Corriere della Sera, che in un’inchiesta racconta le condizioni di vita dei detenuti. La media dello spazio per muoversi secondo la Corte di giustizia europea è di 7 metri a detenuto. Nel carcere bresciano lo spazio disponibile è di appena 50 centimetri. Le parole su una struttura più dignitosa, negli anni, sono rimaste solo parole. Il 70 per cento dei detenuti a Canton Mombello sono stranieri, contro la media del 60 per cento nelle altre carceri italiane.

La Gioieni spiega al Corriere: “Solo parole. A ogni ispezione di politici, istituzioni, sindacati, rappresentiamo sempre gli stessi problemi ma non cambia mai niente. Ogni volta ci lasciano in queste condizioni”. Condizioni che indicano una media di 14 detenuti per cella, in celle grandi tra gli 8 ed i 10 metri quadri. Un bagno condiviso spesso da oltre 10 persone, docce senza acqua calda, aria pestilenziale che non può essere cambiata, perché le finestre sono bloccate dalle brande dei letti. Molti dei detenuti a Canton Mombello sono ancora in attesa di giudizio, spiega Crispino, dunque ancora innocenti ma costretti a vivere in condizioni che il giornalista del Corriere associa ad un lager.

Il lavoro in carcere, unico modo per “non impazzire” secondo Crispino, non è più disponibile per l’assenza di fondi, come spiega la Gioieni. Crispino però sottolinea che i fondi per gli stipendi dei manager non diminuiscono. L’ex capo del dipartimento Francesco Ionta percepiva 543 mila euro l’anno, il capo del dipartimento minorile quasi 300 mila l’anno. I detenuti del progetto di giornalismo in carcere da mesi non trovano i 700 euro necessari a stampare la loro rivista, e raccontano a Crispino: “Ci è indispensabile per far capire che non siamo nati così, che se ci danno un’opportunità possiamo recuperare o, quanto meno, non uscire peggiori, con una rabbia che non è nostra ma è figlia di quello che si vive qui dentro. Ma se non abbiamo lo spazio dove metterli, come facciamo a pensare a tutto il resto? Continuare così vuol dire fargli pagare la pena due volte”.