Caso Aldovrandi: lettera aperta della famiglia

Pubblicato il 22 Febbraio 2010 11:03 | Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio 2010 11:03

Federico Aldovrandi

E’ una lettera piena di indignazione e amaro stupore che Lino e Patrizia Aldovrandi pubblicano all’indomani dell’ultima sentenza del processo “Aldovrandi bis”. « Ci siamo sentiti intrusi in quell’aula dove eravamo noi ad essere gli imputati. […] Quello era un processo non contro l’imputato Marino ma contro di noi, parte civile.»

In questi giorni nelle aule dei tribunali di Ferrara si consuma il secondo filone delle udienze che devono chiarire la tragica morte di Federico, deceduto il 25 settembre 2005 dopo una colluttazione con quatto agenti della polizia, già condannati in primo grado a 3 anni e mezzo per omicidio colposo. Nella cosiddetta inchiesta Aldrovandi bis sono coinvolti altri quattro poliziotti: l’allora dirigente delle Volanti Paolo Marino, Marcello Bulgarelli, Luca Casoni, Marco Pirani. Le accuse contestate vanno dal falso, all’omissione, al favoreggiamento.

Nella lettera i genitori di Federico raccontano l’intervento del procuratore Rosarno Minna allo scopo di impedire che il pm Maria Emanuele Guerra testimoniasse nel processo a Paolo Marino. L’agente è accusato di aver indotto il magistrato, di turno quel 25 settembre, a non recarsi sul luogo del delitto, lasciandogli credere che la morte del ragazzo appena avvenuta fosse stata causata da un’overdose. Secondo la testimonianza della coppia Minna, il procuratore capo: – «ce l’aveva col giudice sostenendo che il processo non era regolare e che tutti i pm erano con lui, ce l’aveva con noi e i nostri avvocati. Ce l’aveva col presidente dell’Ordine degli avvocati che aveva testimoniato nel procedimento disciplinare contro il pm Guerra, ce l’aveva con l’Ordine degli avvocati perché aveva assolto i nostri avvocati in un procedimento disciplinare. Ma non ce l’aveva con l’imputato. »

«Tutto questo perché – scrivono – un magistrato è troppo importante per essere chiamato a testimoniare. è più importante degli avvocati, è più importante dei giudici, è più importante delle vittime del reato». Ma quello che ferisce di più nel lungo intervento di Minna è, scrivono gli Aldovrandi un passaggio in cui il magistrato si lascia andare ad un’espressione veramente infelice: «guai a concedere spazio alla fogna mediatica che ha contraddistinto il caso di Federico Aldrovandi, quel poveraccio che è morto per strada ».

La storia di Federico Aldovrandi è una storia di servitori dello stato violenti e impuniti. Il dramma italiano di una polizia brutale e di una giustizia spalleggiatrice si ripete, puntuale e scontato, ogni volta che un agente di polizia abusa del monopolio della violenza, causando la morte o il ferimento di una persona. La mite sentenza di Luigi Spaccarotella, solo qualche mese fa, è l’ultima di una lunga sequenza di sentenze clementi e di casi giustizia negata.

Se non fosse stato per la « gogna mediatica » probabilmente il caso Aldovrandi sarebbe stato più facilmente insabbiato di quanto non sia poi effettivamente successo.

L’omicidio Aldovrandi è oggi quasi dimenticato, con buona soddisfazione dei quattro assassini del ragazzo, i quali, grazie alla clemenza dei giudici e agli effetti dell’indulto non hanno fatto nemmeno un giorno in carcere ed oggi girano indisturbati per Ferrara come facevano il giorno in cui incontrarono Federico.