Cecilia Strada, confessione choc: “Io molestata a 9 anni da un amico di papà”

di redazione Blitz
Pubblicato il 6 novembre 2017 19:16 | Ultimo aggiornamento: 6 novembre 2017 19:21
cecilia-strada-molestie

Cecilia Strada, confessione choc: “Io molestata a 9 anni da un amico di papà”

ROMA – “Avevo nove anni, l’apparecchio ai denti ed ero sola a casa”. E’ il racconto choc della figlia di Gino Strada, Cecilia, che con l’hashtag #metoo ha voluto connettersi alla lunghissima scia di donne che da settimane raccontano le molestie e i ricatti sessuali subiti, dopo l’esplosione del caso Weinstein.

Sulla sua pagina Facebook l’ex presidentessa di Emergency ha rivelato di essere stata vittime di molestie quando era una bambina da parte di un amico del padre, “un importante e stimato professionista”, che telefonò a casa e la costrinse ad una conversazione a dir poco insistente e imbarazzante.

“Il mondo era ancora un posto senza cellulari e si chiamava sul telefono di casa – scrive Cecilia Strada – “C’è la mamma? C’è il papà?”. Sono a lavorare, dico al signore all’altro capo del filo: quaranta o cinquant’anni più di me. “Quindi sei sola a casa?”. Qualcosa nel suo tono non mi torna. La me stessa di trent’anni più vecchia dice “metti giù”.

La me stessa di nove anni dice “sì”. “E come sei vestita?”. Il suo tono mi torna sempre meno, ma sono imbarazzata, è un uomo adulto, è un amico di papà, la mamma mi ha insegnato a essere sempre gentile, glielo dico. Ho i jeans e la maglietta. “E le mutandine? Di che colore sono le mutandine?”.

La trentanovenne ora strilla “Metti giù! Mandalo affanculo – metti giù – chiama la mamma!”. La novenne si sente gelata di vergogna, ma che cosa posso fare per uscire da questa situazione? Per chiudere prima possibile, ma senza essere maleducata, perché mi hanno insegnato ad essere sempre educata, e comunque questo è un adulto, mi ripeto, un amico di papà, non posso mica mettere giù. Anche se sono fredda gelata e adesso ho anche un po’ paura. Dico “Non mi ricordo”.

“Allora guarda. Metti una mano nei jeans e guarda di che colore sono”. Non lo voglio fare. È tutto sbagliato. Non so come uscirne. Improvviso: “Non posso farlo. Perché… – la trentanovenne: perché sei un porco pedofilo di merda, ecco perché! – perché sono troppo stretti”, dico.

Ma l’uomo non desiste e anzi la conversazione si fa sempre più pericolosa

“Mi piacciono i jeans stretti”, fa lui – la trentanovenne urla “Cretina! Bella improvvisazione! Allora potevi anche dirgli scusa-ma-sto-facendo-merenda-con-una-bella-banana!”.

Lui va avanti: “Se sono così stretti devi tirarli giù, per guardare bene”. A quel punto divento un blocco di pietra. Una sensazione fisica: mi sento tutta dura, fredda. Un unico blocco. Di pietra. Dico “No, non posso”. Insiste. Insisto anch’io: “No, non posso, sono troppo stretti per tirarmeli giù”. Mi attacco alla mia improbabile scusa, mi rendo conto che è assurda, ma la ripeto e la ripeto, insisto. No. Dopo un po’ desiste, saluta, mette giù”.

“Non so che cosa abbiano fatto, ma il tizio non ha più telefonato a casa mia. Qualche anno dopo è morto. E mi spiace aver perso l’occasione di chiamarlo finché ne avevo il tempo, per fargli fare due chiacchiere con la me stessa grande. “Sono quella che aveva nove anni quando volevi guardare le sue mutandine. Che mi dici ora?”. Magari sarebbe rimasto impietrito di vergogna, come me allora, con la cornetta in mano”.

Il racconto choc si conclude con alcune domande: a distanza di anni Cecilia Strada non può fare a meno di chiedersi se “l’ha fatto con qualcun altro? Ha fatto di peggio? E se ha potuto fare di peggio, è perché non ho fatto abbastanza per fermarlo?”.