Chat “private, nessuna diffamazione anche se si insulta il capo”, dice la Cassazione

di redazione Blitz
Pubblicato il 10 settembre 2018 17:13 | Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2018 20:02
Chat e mailing list sono "private e inviolabili, nessuna diffamazione", dice la Cassazione. Sindacalista reintegrato

Chat e mailing list sono “private e inviolabili, nessuna diffamazione”, dice la Cassazione. Sindacalista reintegrato (Foto Ansa)

ROMA –  Chat, mailing list e newsletter sono da considerare come corrispondenza privata, “chiusa e inviolabile”, la cui segretezza va “tutelata”. Per questo non è possibile attribuire una “valenza diffamatoria” ai messaggi diffusi all’interno di gruppi ristretti attraverso queste “nuove forme di comunicazione”. Con queste motivazioni la sezione lavoro della Corte di Cassazione ha confermato l‘illegittimità del licenziamento di un sindacalista – che ora dovrà essere reintegrato e risarcito dal datore di lavoro – sanzionato per le parole offensive con cui si era riferito all’amministratore delegato dell’azienda nel corso di una conversazione nel gruppo Facebook del sindacato.

La schermata della chat era stata stampata e inviata all’azienda da un anonimo e il sindacalista (guardia giurata dipendente di una società specializzata in vigilanza e sicurezza) era stato licenziato. Questo provvedimento era stato annullato dalla Corte d’appello di Lecce e la Cassazione ha rigettato il ricorso dell’azienda contro la decisione dei giudici di secondo grado.

La “caratteristica” della “corrispondenza inviolabile” di chat e mailing list, rileva la Suprema Corte, “è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria”, che presuppone “la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell’ambiente sociale”, mentre l’esigenza di “tutela della segretezza delle forme di comunicazione privata o chiusa preclude l’accesso di estranei al contenuto delle stesse”.

Nel caso in esame, la conversazione tra gli iscritti al sindacato “era da essi stessi intesa e voluta come privata e riservata, uno sfogo in un ambiente ad accesso limitato” che “porta ad escludere – si legge nell’ordinanza depositata oggi – qualsiasi intento o idonea modalità di diffusione denigratoria”.

Quindi i giudici di piazza Cavour concludono concordando sulla “mancanza del carattere illecito della condotta ascritta al lavoratore, riconducibile piuttosto alla libertà, costituzionalmente garantita, di comunicare riservatamente”.