Chiara Invernizzi: dieci mesi ostaggio del marito arabo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Dicembre 2012 17:08 | Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre 2012 17:08
Chiara Invernizzi: dieci mesi ostaggio del marito arabo

Chiara Invernizzi: dieci mesi ostaggio del marito arabo

VALENZA (ALESSANDRIA) – Il sogno di sposare un ricco rampollo arabo si era trasformato in un incubo per Chiara Invernizzi, 41 anni, di Valenza, comune di 20 mila abitanti sull’argine del Po in provincia di Alessandria. Per dieci mesi era stata tenuta in ostaggio dal marito a Gedda, in Arabia Saudita. Una situazione assurda risolta con molta diplomazia, intesa letteralmente come intervento del consolato italiano, guidato nella città araba da Simone Petroni.

La storia, una nuova conferma del proverbio “Mogli (mariti) e buoi dei paesi tuoi”, ha avuto inizio più di tre anni fa, a una mostra orafa a Basilea. Chiara – che è figlia di un rappresentante orafo – conosce un uomo bello, ricco, colto, arabo. Se ne innamora e lo sposa. Chiara è convinta di poter instaurare un rapporto alla pari, basato sulla fiducia reciproca. All’inizio sembra funzionare. Lui, “in dote”, le intesta un conto a Montecarlo con dentro qualcosa come due milioni di euro.

Ma la situazione in breve tempo evolve nella direzione indicata dal proverbio. Lui è geloso, manesco, possessivo: “Pensavo che il suo carattere fosse dovuto a esperienze negative del passato, la prima moglie che se n’era andata, ad esempio. Pensavo che con una donna diversa, che ama i suoi figli di 11 e 13 anni che mi chiamano mamma, lui sarebbe cambiato”. Le loro strade si dividono.

Finché un giorno lui invita Chiara a Gedda per un incontro pacificatore. Una cena per agevolare la trattativa sul divorzio. “Ma era scattata la molla della gelosia, del tutto immotivata – ha raccontato a La Stampa la madre di Chiara, Giovanna Lami, che ad aprile è riuscita a lasciare Gedda e che per mesi ha combattuto perché i media e le istituzioni si occupassero del caso di sua figlia -. Lui l’aveva trascinata nella casa coniugale, schiaffeggiata, buttata a terra, calpestata, le aveva stretto il velo attorno al collo. Guardi come l’aveva ridotta”, dice mostrando sul telefonino foto di Chiara con vasti ematomi.

La madre di Chiara era tornata ad aprile, il padre di Chiara, Andrea Invernizzi, 72 anni, invece era restato in Arabia. Perché aveva “paura che qualcuno venga a prenderla, la trascini via e non ce la facciano vedere mai più”.

Padre e figlia in ostaggio, liberi di circolare in un Paese straniero ma non di tornare a casa, tutto a norma di legge: per poter lasciare l’Arabia Saudita serve il visto che può essere approvato solo da chi aveva dato il via libera per poter entrare nel Paese, ovvero il marito arabo di Chiara e la sua ricca e potente famiglia.

Nella trattativa vengono messi sul piatto anche i due milioni di euro del conto a Montecarlo, che l’uomo rivoleva indietro e ai quali Chiara era pronta a rinunciare. Per tanti mesi la situazione non si sblocca. Poi interviene la diplomazia. È il marito a telefonare direttamente: “C’è il visto, puoi partire. Merry Christmas, Chiara“.

Quando sta per scendere dall’aereo, uno steward le ricorda che ha lasciato nella cappelliera un vestito. È l’abaja, il tradizionale spolverino nero con velo delle donne arabe. “Tenetelo pure, a me non serve più”. Il paesaggio da Malpensa a Valenza, visto tante volte, assume contorni nuovi: la nebbia e la neve non sono mai state così belle. E poi la gioia di ritrovare sua madre, i gatti di casa e la prima notte in cui dormire senza bisogno di un sonnifero.

Ora Chiara ha due progetti: fare il cammino di Santiago de Compostela con suo padre e scrivere un libro sulla sua storia.