Class Action. Altroconsumo “bocciata”, strumento che non decolla

Pubblicato il 19 ottobre 2011 1:00 | Ultimo aggiornamento: 18 ottobre 2011 14:06

MILANO –  Sembrava una delle più grandi novità del diritto processuale italiano, in grado finalmente di tutelare i diritti collettivi di cittadini e consumatori contro danni ed abusi subiti da un’unica controparte, spesso di grandi dimensioni. E invece la class action, ad appena due anni dalla sua introduzione, si è già arenata nella prassi di fronte a ostacoli di ogni genere. Il paradosso è che soltanto poche settimane fa, a fine settembre, la Corte d’appello di Torino ha dichiarato ammissibile l’azione collettiva presentata da Altroconsumo contro Intesa Sanpaolo per le commissioni di scoperto di conto applicate ai correntisti (senza fido) in rosso, a partire dal 15 agosto 2009. Spese che, a detta dell’associazione, dovrebbero essere restituite ai consumatori.

La decisione della corte piemontese, che ha ritenuto che Altroconsumo rappresenti adeguatamente gli interessi dei correntisti, ha ovviamente fatto esultare i vertici dell’associazione e i cittadini coinvolti nella vicenda e determinati ad andare fino in fondo per vedere riconosciuti i loro diritti. Ma il quadro complessivo, nel nostro Paese, resta piuttosto desolante.Le class action ammesse in Italia, ad oggi, sono appena tre. Quelle bocciate dai giudici, invece, decine e decine.

Tra le ultime in ordine cronologico quella dei pendolari contro Trenitalia, per i ritardi e le cancellazioni dei treni. I motivi delle “bocciature” sono i più disparati ma, di fatto, ciò che accade è che per il cittadino italiano questo non è diventato uno strumento di tutela privilegiato, come accade negli altri ordinamenti. Negli Usa, per farsi un’idea, le class action sono state oltre 200 all’anno per tutto l’ultimo triennio, 260 soltanto nel 2010. Oltre alle difficoltà legate all’approvazione, poi, ci sono altri problemi.

Per chi promuove l’azione, ad esempio, dopo l’ammissione spettano gli oneri di diffusione e pubblicità dell’iniziativa, per permettere ad altri consumatori di aderirvi. Metodi che non sono “liberi”, ma vengono decisi con sentenza dal giudice. Quindi, molto spesso, i gruppi di cittadini vengono spaventati dai costi che sarebbe necessario sostenere per la pubblicità su giornali e televisioni. Per non parlare poi della trafila burocratica che spetta al cittadino che desidera aderire: lunga e costosa, anche lei finisce per scoraggiare il privato cittadino.

Un quadro a tinte talmente fosche che persino l’Adiconsum, una delle più note associazioni di difesa dei diritti del consumatore, ha assunto una posizione critica in merito, rifiutandosi di intraprendere questa strada. “A volte” hanno fatto sapere i rappresentanti “basta semplicemente l’annuncio di una class action per ottenere un titolo di apertura. Queste cause collettive non sono serie, la legge italiana è deficitaria e non tutela davvero i cittadini. Noi ci chiamiamo fuori”.

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