Clpt, Il Piccolo racconta: indipendentismo triestino dietro la guerra al Green Pass di Roma

di Lorenzo Briotti
Pubblicato il 14 Ottobre 2021 10:50 | Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre 2021 14:54
no green pass trieste

Clpt, Il Piccolo racconta: indipendentismo triestino dietro la guerra al Green Pass di Roma. Nella foto Ansa, la protesta al porto di Trieste

Il Coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste (Clpt) continua a protestare contro l’entrata in vigore del Green pass che da domani, venerdì 15 ottobre, sarà obbligatorio nei posti di lavoro. Al Coordinamento sono iscritte circa 1500 persone: circa 500 cani sciolti e altre mille persone legate a sei sigle sindacali. Tra loro, come racconta un ex tesserato Cisl al Piccolo, ci sarebbero circa 300 persone vicine all’indipendentismo triestino. E’ lecito quindi pensare che la protesta che va avanti da giorni sia stata organizzata per altri scopi, un po’ come accaduto a Roma con l’assalto alla Cgil organizzato da Forza Nuova.

L’indipendentismo sarebbe alla base della protesta esplosa a Trieste. Il Coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste che resta irremovibile nella richiesta a Roma e al suo Governo di rimangiarsi il Green pass ha una sua specificità: l’indipendentismo e il sogno-obiettivo di una extra territorialità di Trieste. Extra territorialità rispetto ovviamente a Roma. 

Portuali Trieste, 300 di loro vicini all’indipendetismo triestino: ora minacciano blocchi a Natale

I portuali triestini minacciano di andare avanti a oltranza. A Natale niente regali annunciano, dato che bloccheranno ad oltranza il porto finché non verrà ritirata la certificazione verde obbligatoria.

I portuali hanno anche rifiutato la possibilità di non pagare il tampone, presa di posizione che li ha allontanati dalla Cgil Cisl e Uil che hanno deciso di ritirare lo sciopero dopo l’offerta del Governo.

I 1.500 del Coordinamento sono divisi tra dipendenti diretti e ditte esterne che fanno capo al porto. Quelli che aderiscono alla protesta sono circa 600. Tra questi, circa la metà sarebbero vicini all’indipendetismo triestino.

Trieste, il 40% dei portuali non è vaccinato. Il presidente minaccia le dimissioni

Il Porto di Trieste è primo d’Italia per volume di merci e unico a prevalente traffico internazionale. Il tanto annunciato sciopero è cominciato. Sono molti però a chiedersi, dentro e fuori il porto, quale sia più la ragione della protesta, visto che le aziende si accolleranno il costo dei tamponi, almeno fino a fine anno.

Dalla protesta si sono sfilati Cgil, Cisl e Uil, soddisfatti di questo risultato. Dunque, nella eterogenea realtà dei lavoratori portuali – di cui il 40% non è vaccinato – il “no” categorico assume una connotazione politica.

“Non c’è più nessuno che dà le dimissioni in Italia, vorrà dire che se la situazione non cambia le dimissioni le darò io, me ne torno a Verona da dove sono venuto nel febbraio 2015″. A dirlo  un’intervista al “Corriere della Sera” è il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino.

D’Agostino aggiunge: “Non mi sento più legittimato. Ma che vuol dire sciopero a oltranza? Io non li capisco i miei portuali: adesso si sono fatti paladini dei diritti di tutto il mondo! Rifiutano pure i tamponi gratis. Io a Ciccio Puzzer (il leader del sindacato di base Clpt, ndr) voglio bene, però ecco, se oggi mi dovesse chiamare alla vigilia di questo sciopero cercherei di spiegargli. Almeno si tolga l’oltranza”.

Per D’Agostino c’è in ballo il futuro del porto: “Turchi e danesi, venuti a vedere la Barcolana, mi hanno già detto che si cercheranno altri porti, se quello di Trieste resta chiuso”. E sottolinea che “poi c’è il Pnrr che assegna al porto di Trieste altri 450 milioni. Così, rischia di andare tutto in fumo”. “Vorrei che si capisse questo – dice ancora il presidente dell’Autorità portuale – in gioco non c’è solo il Green pass, ma il futuro di tanta gente”.

Porto di Trieste, aziende in allarme

Le aziende sono in allarme: navi hanno già cambiato rotta e forse lo faranno anche quelle che trasportano i camion con i ricambi delle case automobilistiche di Formula 1, che transitano per Trieste. La Confetra sostiene che “si rischia bruciare 15 anni lavoro” e di mettere a rischio le “oltre 10.000 famiglie” che ruotano intorno all’economia portuale. Anche il mondo politico, da Fedriga a Serracchiani al M5S, è in fermento e si teme che la protesta si estenda agli altri porti.