10 mila cervelli in fuga dall’Italia. Ma in tanti arrivano da Est e Spagna

Pubblicato il 30 Maggio 2012 20:55 | Ultimo aggiornamento: 30 Maggio 2012 21:10

ROMA – Diecimila cervelli in fuga dall’Italia dal ’97 ad oggi ma il saldo è positivo. Lo dicono in una relazione congiunta il Forum Nazionale dei Giovani e il Cnel: a controbilanciare la silenziosa diaspora di medici, architetti e professionisti sono soprattutto rumeni, spagnoli e tedeschi. Insomma nella ricerca intitolata “Dall’Italia all’Europa, dall’Europa all’Italia. (Giovani) Professionisti in Movimento” si scopre che l’Italia non è per forza un paese da abbandonare. A ruotare l’asse del fenomeno è una presunta perdita di competitività del nostro sistema.Per ogni professionista in fuga, in grado di dare valore aggiunto al paese in termini di ricerca e innovazione (si parla di medici, fisici, ingegneri e architetti), ci sono migliaia di giovani specializzati soprattutto in materie parasantiarie provenienti dall’est Europa e dalla Spagna.

Abbiamo esportato – mette nero su bianco il report – 4.130 professionisti nel Regno Unito, anche per una sorta di egemonia culturale della lingua inglese spendibile in ogni parte del mondo, 1.515 in Svizzera attratti dall’enorme “sovrabbondanza di investimenti da parte dell’aziende rispetto alla forza lavoro presente sul mercato”, spiega il consigliere Cnel, Giuseppe Acocella, al Corriere.it.

“Dall’Italia si allontanano soprattutto lavoratori altamente qualificati come 2.640 medici, 1.327 insegnanti delle scuole superiori, 596 avvocati e 214 architetti, ma il Belpaese è anche in grado di attrarre professionisti dall’estero, tanto che il saldo tra gli arrivi e le partenze è comunque positivo per circa mille unità, soprattutto per l’arrivo di oltre 5mila rumeni soltanto dal 2007 (l’anno di ingresso del Paese nella Ue) ad oggi”.

Il presidente del Cnel, Antonio Marzano, spiega che è soprattutto la Grande Crisi, dal 2008, ad aver fatto pagare il conto più salato alle giovani generazioni. Ma un modo per invertire il senso di marcia c’è: milgliorare le condizioni di accesso alle professioni. La tanto bistrattata meritocrazia, dunque, che “deve essere alla base del loro successo e delle garanzie di base per le fasi iniziali del rapporto di lavoro”.

L’altro ingrediente segreto della ricetta è poi la mobilità. Tema caro all’Europa che con una direttiva del 2005 incoraggia la mobilità tra i paesi membri, ma ha finito col favorire il trasferimento solo delle figure tecniche, penalizzando avvocati, notai, commercialisti, altrimenti costretti a ripensare il proprio know how per colpa di legislazioni che variano da paese a paese. I professionisti, in Italia, combattono da sempre con una serie di ostacoli e vincoli che posizionano il nostro Paese tra quelli con una regolamentazione più elevata: nella classifica stilata dall’OCSE ci posizioniamo al 31° posto su 34 nazioni. Ma le difficoltà aumentano se questi professionisti vogliono andare a lavorare in un altro Paese europeo. Dal 2007, quando l’Italia ha recepito la normativa comunitaria sulla mobilità dei professionisti all’interno dell’Unione Europea, le cose sono migliorate, ma non troppo.

Inoltre, tra le maggiori difficoltà che incontra qualunque giovane che si affaccia al mondo del lavoro spiccano quelle con il sistema creditizio, basato su un sistema di garanzie reali che spesso sono inaccessibili per le giovani generazioni. Dunque l’Italia deve fare ancora molto in termini di mobilità dei giovani professionisti, partendo dal riconoscimento dei titoli, verso una maggior omogeneità dei percorsi formativi, migliorando il sistema formativo, l’orientamento ed il tirocinio, ma anche intervenendo sul sistema degli ordini.