Chiede congedo parentale ma non si cura del figlio. Cassazione: “Giusto licenziarlo”

di redazione Blitz
Pubblicato il 11 gennaio 2018 19:53 | Ultimo aggiornamento: 11 gennaio 2018 19:53
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Chiede congedo parentale ma non si cura del figlio. Cassazione: “Giusto licenziarlo”

ROMA – Ha chiesto un congedo parentale a lavoro per poi fare tutt’altro, invece che occuparsi del figlio. Per questo la Cassazione ha giudicato legittimo il licenziamento di un papà abruzzese. La sezione lavoro della Suprema Corte ha così confermato la decisione dei giudici d’Appello dell’Aquila nei confronti di un dipendente di una ditta di trasporti.

Per legge il lavoratore-genitore ha diritto ad astenersi dal lavoro fino ai primi otto anni di vita del bambino, percependo solo fino al terzo anno un’indennità pari al 30% dello stipendio. Ma il permesso, spiega la Cassazione, vale solo se è legato “all’interesse del tutelato”, il bambino, appunto.

Cosa che il papà abruzzese non aveva fatto: “Per oltre la metà del tempo concesso a titolo di permesso parentale” non aveva “svolto alcuna attività a favore del figlio”. Il datore di lavoro l’aveva appurato ingaggiando un’agenzia investigativa, che aveva fatto appostamenti e fotografato l’uomo.

C’è stata una condotta, sottolinea la Cassazione, lesiva della buona fede del datore di lavoro – “privato ingiustamente della prestazione lavorativa del dipendente” – oltre che dell’ente previdenziale che eroga la prestazione assistenziale.

L’uomo, nel suo ricorso, aveva puntato sull’illegittimità del licenziamento rilevando che il congedo non sia equiparabile ai permessi per assistere familiari disabili previsti dalla legge 104, e che non era stato accertato che avesse fatto un altro lavoro durante il periodo di congedo. Ma a tale proposito, i giudici della Cassazione (sentenza n. 509) osservano che il principio vale tanto per chi nei giorni di congedo si dedica ad un altro lavoro, anche se lo fa per “l’organizzazione economica e sociale della famiglia”, quanto per il genitore che “trascura la cura del figlio per dedicarsi a qualunque altra attività”, come nel caso di questo papà abruzzese.

Perché, spiegano i giudici, “conta non tanto quel che il genitore fa nel tempo da dedicare al figlio, quanto piuttosto quello che invece non fa nel tempo che avrebbe dovuto dedicare al minore”.

Infatti, il congedo “non attiene a esigenze puramente fisiologiche del minore ma, specificamente, intende appagare i suoi bisogni affettivi e relazionali onde realizzare il pieno sviluppo della sua personalità sin dal momento dell’ingresso in famiglia”.