Controllare la posta del marito infedele non è reato, se è prova per il processo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 settembre 2014 14:09 | Ultimo aggiornamento: 17 settembre 2014 14:09
Controllare la posta del marito infedele non è reato, se è prova per il processo

Controllare la posta del marito infedele non è reato, se è prova per il processo

TREVISO – Controllare la posta del marito infedele non è reato. O almeno non lo è se la busta in questione è una lettera della banca arrivata a casa della ex moglie e dimostra che il coniuge non dice il vero quanto sostiene di non avere i soldi per mantenere i figli. E’ quanto sostiene l’avvocato Fabio Capraro, certo di riuscire a veder scagionata la propria cliente accusata di aver violato la corrispondenza dell’ex marito.

La vicenda, che vede protagonista una coppia (o forse bisognerebbe dire ex coppia) di Treviso è riferita da Fabiana Pesci sulla Tribuna di Treviso. La conclusione è che “non è reato raccogliere dati anche aprendo la corrispondenza dell’ex marito se così facendo si raccolgono prove per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria”.

Scrive Pesci:

“Tutto ha inizio qualche tempo fa, quando lei, cinquantenne, madre di due figli,scopre che il marito, imprenditore, poco più vecchio di lei, usa passare il suo tempo libero in compagnia di altre donne. Perdonarlo? L’opzione non rientra tra le possibilità al vaglio della donna tradita, comprensibilmente furibonda. Sopra le valigie di lui, accomodate fuori dalla porta in men che non si dica, spunta un invito a presentarsi dal giudice per discutere la separazione. Lei si rivolge all’avvocato Fabio Capraro, del foro di Treviso, e parte la causa, come spesso accade, senza esclusione di colpi.

Di fronte al tribunale, al capitolo di discussione relativo al mantenimento dei figli, il colpo di scena. L’uomo sostiene di non avere un soldo, di non potersi permettere un cent per il mantenimento dei ragazzini. Lei, economicamente indipendente, per sé non chiede nulla, ma diventa una furia quando l’ex padre dei suoi bambini piange la sua “indigenza”. Mesi dopo accade un fatto che lei definisce “provvidenza”, lui “reato da punire senza mezzi termini”. A casa della donna arriva un documento della banca indirizzato al suo ex marito. Vuoi la fretta, vuoi la meccanicità con cui si apre una busta estratta dalla propria buca delle lettere, in mano le finisce un pezzo di carta che fotografa la situazione patrimoniale del suo ex. Manco a dirlo molto più rosea di quella dipinta di fronte al giudice. La donna non ci pensa due volte: quel documento, seppur “rubato” finisce in tribunale”.

 

Solo che a questo punto l’ex marito denuncia la donna per violazione della corrispondenza. Il processo si terrà fra poche settimane, ma l’avvocato della donne si dice certo della vittoria:

“«La mia cliente è innocente, la legge parla chiaro e le sentenze sono dalla nostra parte. Non è reato raccogliere dati in questo modo se servono a far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria».