Coronavirus, troppo lavoro per il cimitero di Milano: “Bare fuori dalle celle frigorifere”

di Lorenzo Briotti
Pubblicato il 7 Aprile 2020 16:48 | Ultimo aggiornamento: 7 Aprile 2020 16:48
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Coronavirus, troppo lavoro per il cimitero di Milano: “Bare fuori dalle celle frigorifere (foto d’archivio Ansa)

ROMA – La cella frigorifera del cimitero di Lambrate, uno dei più grandi di Milano e l’unico della provincia con un impianto di cremazione, non ce la fa più. La capienza massima di 140 posti per le bare è esaurita da giorni a causa dell’incremento di morti per il coronavirus e quelle che non ci stanno, spiegano all’Agi alcuni addetti all’interno del camposanto, vengono lasciate fuori dalla cella.

“Le bare non puzzano – garantisce uno di loro – perché ci premuriamo di tenere fuori dalla cella solo quelle che devono essere cremate in giornata”.

Ma è chiaro che, al ritmo serrato con cui arrivano le persone decedute in questo periodo, la situazione non potrà prolungarsi per evidenti ragioni igienico-sanitarie. E infatti, nei giorni scorsi il Comune di Milano aveva stabilito che nel forno crematorio non ci sarebbero stati più nuovi ingressi fino al 30 aprile, ma sarebbero state accolte solo le bare di chi aveva già “prenotato” l’incenerimento. Il tempo medio di attesa, in questo momento, è di 20 giorni e va considerato che il 70 per cento dei milanesi, da anni ormai, ha scelto di non finire sottoterra.

“Solo questa mattina – racconta un operatore del cimitero che sta all’ingresso – sono entrate 75 bare, una sessantina per la cremazione e il resto per essere tumulate. Prima dell’emergenza, ne arrivavano una quarantina”.

Da fine mese i familiari potranno portare il congiunto che vuole essere cremato in altre città oppure potranno scegliere di non accogliere le sue volontà e farlo seppellire. In mattinata, è continuo il via vai dentro il cimitero di chi entra per assistere alla tumulazione. “Non ho nemmeno capito dove l’hanno messa”, si lamenta un signore anziano lasciando il maestoso cimitero costruito tra il 1957 e il 1960. Sono gli unici che possono entrare. Ai cittadini è interdetto l’ingresso anche se alcune persone si sono avvicinate per entrare lo stesso e, stupite dal no degli addetti, hanno chiesto per quale ragione non potessero passare a dare un saluto ai loro cari.

Vietato entrare anche a chi vuole dire addio alle persone da cremare. Così l’ultimo sguardo verso il proprio defunto avviene in modo stringato nel piazzale degli autobus di piazza Caduti e dispersi di Russia. Un uomo, arrivato con la sua auto, e tre donne guardano in silenzio per pochi minuti la bara appoggiato all’interno del mezzo delle pompe funebri coi fiori rosa e il drappo che reca la scritta “Con tanto amore”. Poi lui sale a bordo dell’auto e se ne va, con una potente accelerata, il volto contrito e le lacrime che scendono sul volante. Restano loro. “Siete parenti della persona morta?“. “Sì, una delle tante”, è la risposta sbrigativa, come se il coronavirus avesse privato della loro identità i morti, risucchiandoli nella gigantesca statistica (fonte: Agi).