Coronavirus, il medico guarito: “Tre settimane tra vita e morte, pensi di non farcela”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 Aprile 2020 15:58 | Ultimo aggiornamento: 13 Aprile 2020 16:13
Coronavirus medico Alberto Bassi: Dopo 3 settimane guarito, ma pensi di morire

Il medico guarito dal coronavirus racconta la malattia: “Pensi di morire” (Foto archivio ANSA)

ROMA – Alberto Bassi è un medico di 62 anni di Piacenza e per tre settimane ha lottato tra la vita e la morte dopo aver contratto il coronavirus. Alberto è guarito e racconta la sua terribile esperienza nella città di Piacenza, una delle più colpite dalla pandemia.

“Pensi che morirai senza aver salutato i tuoi cari”, dice il medico raccontando la malattia. Poi lancia un appello: “Il Covid-19 è un virus subdolo e letale, per questo è assolutamente indispensabile evitare l’infezione e l’unico modo è rimanere barricati a casa”.

Intervistato dall’ANSA, Bassi racconta di aver perso 15 chili dopo 3 settimane passate a lottare contro il virus: “Hai la sensazione che con il respiro che rallenta anche la vita lentamente ti abbandoni. Sei solo con i tuoi funesti pensieri, sotto un casco ingombrante, rumoroso e che ti impedisce qualsiasi movimento. Pensi che morirai senza aver potuto salutare i tuoi cari e in qualche modo confortarli”.

Bassi, fino alla fine di febbraio ha visitato i suoi pazienti, “ma avevo già adottato ogni accorgimento possibile, mascherina, guanti e una persona alla volta in sala d’aspetto”. Peccato che, due settimane prima, Bassi aveva subito un intervento, per distacco di retina, in un ospedale di Correggio.

Il medico racconta: “Lì circolavano ancora tutti senza protezioni e credo che sia stato così che ho preso il virus”. L’8 marzo il dermatologo comincia a stare male: “E’ iniziato tutto con un po’ di febbre ed una tosse stizzosa, ma mi sentivo troppo male per avere una semplice l’influenza. La febbre cresceva e diminuiva alternativamente ma io stavo sempre peggio, il decadimento fisico era lento ma progressivo”.

Da medico, Alberto si controlla l’ossigenazione del sangue che peggiora di ora in ora: “Quando ho capito che facevo fatica a respirare sono andato al pronto soccorso dell’ospedale di Piacenza. La situazione era quella di un lazzaretto malati ovunque, un via vai ininterrotto di ambulanze che lasciavano un malato per andarne a recuperare un altro. Medici e infermieri travolti da un’onda gigantesca di malati”.

Il medico Alberto guarito ricorda il ricovero per coronavirus: “Vengo messo su una barella larga 50 centimetri in uno studiolo angusto dove rimarrò tre giorni. Vicino a me c’è un altro paziente, grave come me, ma lui muore subito. La situazione è da girone dell’inferno e intanto la mia febbre sale, resta fissa a 39 e mezzo e non riesco più a respirare”.

“Mi trasferiscono di corsa al centro Covid di Castelsangiovanni, ad alcuni chilometri da Piacenza. E’ stata la mia salvezza perché lì, vista la gravità della situazione, con il virus che aveva provocato un’insufficienza multiorgano, sono stato subito attaccato al ventilatore meccanico. Ma i medici mi hanno anche avvertito che se la situazione non migliorava avrebbero dovuto sedarmi e intubarmi”.

“Il casco per l’ossigeno – sottolinea – è rumoroso, caldissimo, mi impedisce qualsiasi movimento ma soprattutto non mi consente di portare gli occhiali e io senza non vedo nulla. Mi preoccupa molto l’insufficienza renale che è sopraggiunta e allora riesco a farmi dare una cannuccia e mi costringo a bere il più possibile ad intervalli regolari”.

Il corpo è immobile ma la mente no: “Hai la netta sensazione che non ce la farai e ti angoscia il pensiero che non riuscirai a salutare la tua famiglia per l’ultima volta. Ho trovato un po’ di calma e una sorta di accettazione solo quando un collega medico mi ha promesso che, se avessero dovuto sedarmi e intubarmi, prima mi avrebbe fatto fare una telefonata a casa”.

Appena Alberto mostra segni di miglioramento lo inseriscono nel protocollo sperimentale e iniziano a somministragli il farmaco per l’artrite “ma – conclude – quello che mi ha dato la forza di reagire è stato che in ospedale tutti hanno fatto il tifo per me dicendomi sempre ‘vedrai che ce la facciamo’”. Tre giorni fa Alberto Bassi è tornato a casa, ma la risalita è faticosa e lunga. (Fonte: ANSA)