Coronavirus, il medico: “Come in guerra: dobbiamo scegliere chi curare e chi no”

di redazione Blitz
Pubblicato il 9 Marzo 2020 9:43 | Ultimo aggiornamento: 9 Marzo 2020 11:03
Coronavirus, il medico: "Come in guerra: si cerca di salvare solo chi ce la può fare"

Coronavirus, il medico: “Come in guerra: si cerca di salvare solo chi ce la può fare” (foto Ansa)

BERGAMO  –  “E’ come per la chirurgia di guerra. Si cerca di salvare la pelle solo a chi ce la può fare. È quel che sta succedendo”: a dirlo chiaramente è Christian Salaroli, 48 anni, dirigente medico, anestesista rianimatore dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Intervistato da Marco Imarisio per il Corriere della Sera, Salaroli ha spiegato la gravità dell’emergenza da coronavirus in Italia. 

“All’interno del Pronto soccorso è stato aperto uno stanzone con venti posti letto, che viene utilizzato solo per eventi di massa. È qui che viene fatto il triage, ovvero la scelta. Si decide per età, e per condizioni di salute. Come in tutte le situazioni di guerra. Non lo dico io, ma i manuali sui quali abbiamo studiato. In quei letti vengono ammessi solo donne e uomini con la polmonite da Covid-19, affetti da insufficienza respiratoria. Gli altri, a casa”.

A quel punto i pazienti vengono messi in ventilazione non invasiva. Poi, quando passa il rianimatore, si decide: “Oltre all’ età e al quadro generale, il terzo elemento è la capacità del paziente di guarire da un intervento rianimatorio. Questa indotta dal Covid-19 è una polmonite interstiziale, una forma molto aggressiva che impatta tanto sull’ossigenazione del sangue. I pazienti più colpiti diventano ipossici, ovvero non hanno più quantità sufficienti di ossigeno nell’organismo”.

Per questo motivo al massimo in un paio di giorni si deve decidere: “Siccome purtroppo c’è sproporzione tra le risorse ospedaliere, i posti letto in terapia intensiva, e gli ammalati critici, non tutti vengono intubati. Diventa necessario ventilarli meccanicamente. Quelli su cui si sceglie di proseguire vengono tutti intubati e pronati, ovvero messi a pancia in giù, perché questa manovra può favorire la ventilazione delle zone basse del polmone. Per consuetudine, anche se mi rendo conto che è una brutta parola, si valutano con molta attenzione i pazienti con gravi patologie cardiorespiratorie, e le persone con problemi gravi alle coronarie, perché tollerano male l’ipossia acuta e hanno poche probabilità di sopravvivere alla fase critica”.

Il dottor Salaroli è ancora più chiaro: “Se una persona tra gli 80 e i 95 anni ha una grave insufficienza respiratoria, verosimilmente non procedi. Se ha una insufficienza multi organica di più di tre organi vitali, significa che ha un tasso di mortalità del cento per cento. Ormai è andato. Non siamo in condizione di tentare quelli che si chiamano miracoli. È la realtà”.

Il medico, in particolare, sottolinea come di coronavirus si muoia: “Questa che non muoiono di coronavirus è una bugia che mi amareggia. Non è neppure rispettosa nei confronti di chi ci lascia. Muoiono di Covid-19, perché nella sua forma critica la polmonite interstiziale incide su problemi respiratori pregressi, e il malato non riesce più a sopportare questa situazione. Il decesso è causato dal virus, non da altro”.

Al di là del decreto del premier Conte, Salaroli sottolinea che quel che è davvero importante è una cosa sola: “State a casa. State a casa. Non mi stanco di ripeterlo. Vedo troppa gente per strada. La miglior risposta a questo virus è non andare in giro. Voi non immaginate cosa succede qui dentro. State a casa. Tanti miei colleghi stanno accusando questa situazione. Non è solo il carico di lavoro, ma quello emotivo, che è devastante. Ho visto piangere infermieri con trent’anni di esperienza alle spalle, gente che ha crisi di nervi e all’improvviso trema. Voi non sapete cosa sta succedendo negli ospedali, per questo ho deciso di parlare con lei. In questo momento il diritto alla cura è minacciato dal fatto che il sistema non è in grado di farsi carico dell’ordinario e dello straordinario al tempo stesso. Così le cure standard possono avere ritardi anche gravi”. (Fonte: Corriere della Sera)