Coronavirus: Niccolò sta bene, niente febbre perché asintomatico. Resta in osservazione

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 Febbraio 2020 12:36 | Ultimo aggiornamento: 17 Febbraio 2020 12:59
Coronavirus, il racconto di Niccolò: la febbre senza sintomi, il villaggio cinese, la paura

Coronavirus, Il trasporto di Niccolò allo Spallanzani di Roma (Ansa)

ROMA – Niccolò, lo studente 17enne di Grado bloccato per due volte in Cina a causa delle febbre e ora ricoverato allo Spallanzani di Roma, “continua a essere in buone condizioni di salute”. E’ quanto emerge dal nuovo bollettino medico dello Spallanzani. “Il ragazzo- prosegue il bollettino – continua a essere sereno e di ottimo umore”.

“Niccolò non ha febbre, è asintomatico”, ha dichiarato il direttore sanitario Francesco Vaia. 

“Un po’ di paura sì, panico mai”

Niccolò ha anche rilasciato un’intervista raccolta dal Corriere della Sera. “La prima notte non ho capito subito quello che stava succedendo, ho telefonato ai miei genitori e pensavo che erano lontani e mi aspettavano. Subito dopo all’ambasciata e… sì, un po’ di paura, ma panico mai. Mi sono detto: se vai in panico non risolvi nulla. Ho pensato di doverla prendere come una lezione della vita e sapevo di non essere solo, che un sacco di persone mi stavano aiutando. La seconda volta mi sono arrabbiato, non era possibile, ancora la febbre che io non mi sentivo di avere. Ma fuori ad aspettarmi questa volta era rimasto Mr. Tian… e beh, è stato diverso dal 3 febbraio”.

La prima volta, il 3 febbraio, non è riuscito a partire con gli altri connazionali per la febbre, poi anche la settimana dopo la temperatura era di nuovo 37,4 e non è potuto partire col volo degli inglesi.

“Sapevo di avere la febbre solo perché me la misuravano”

“La febbre – dice – mi faceva arrabbiare perché non avevo nessun sintomo, non sentivo nemmeno i brividi, sapevo di averla solo perché me la misuravano”.

“Ero in Cina da agosto, con un gruppo di cento studenti italiani del programma Intercultura. Io stavo in una famiglia cinese al Nord, nella provincia di Heilongjiang. Il 19 gennaio siamo andati nello Hubei, a visitare i nonni della coppia che mi ospitava. Un villaggio di campagna, 50 case. E quel giorno sono arrivate le notizie dell’epidemia. Sono rimasto chiuso lì, fino al 3 febbraio”, racconta.

Il rientro in bio-contenimento

Alla fine il rientro, in bio-contenimento: “non è stato scomodo, ero lì disteso sulla barella, chiuso e ho dormito per dieci ore”, “un po’ surreale, mica ti capita tutti i giorni di essere trasportato in biocontenimento”.

Della sua esperienza in Cina, dice è “stato bello e spero di tornare, dopo l’epidemia. E soprattutto voglio andare a ritrovare tutti quelli che mi sono stati vicini, mister Tian, il dottor Zhou e la dottoressa Sara e il personale dell’ambasciata, il console Poti”. (fonti Corriere della Sera, Ansa e Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev)