Cucchi, compagno di cella: “Picchiato da carabinieri”

Pubblicato il 27 Novembre 2009 20:30 | Ultimo aggiornamento: 27 Novembre 2009 20:30
Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi disse di aver preso botte ai carabinieri: il ragazzo, morto il 22 ottobre dopo essere stato arrestato il 16, lo avrebbe confidato ad un suo compagno di cella del carcere di Regina Coeli che adesso ha scritto una lettera alla famiglia Cucchi.

«Gli ho domandato chi ti ha picchiato e Stefano mi ha risposto in romano: “Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri” e ha aggiunto “tutta la notte ho preso botte”. Quando gli ho chiesto il motivo, lui mi rispose: “per un pezzo di fumo”».

Questo è uno dei passaggi della lettera, ora in possesso dei pm della procura di Roma che conducono l’inchiesta. La lettera è stata raccolta dal deputato dell’Idv Stefano Pedica. Finora erano finiti sotto inchiesta 3 agenti penitenziari, con l’accusa di omicidio preterintenzionale, e 3 medici, accusati invece di omicidio colposo.

Il detenuto, che scrive in italiano, spiega di essere arabo ed era nell’ infermeria del carcere il 16 ottobre all’arrivo di Stefano Cucchi.

«È arrivato un ragazzo sulla barella – si legge nella lettera – faticava a camminare, mi sono messo a sua disposizione vedendo le sue condizioni, gli ho preparato il letto, lui mi ha chiesto una coperta, sentiva molto freddo. Poi mi ha chiesto dei biscotti e una sigaretta che ha fumato e poi vedendolo su viso come stava, aveva un colore rosso-viola mi ha risposto che i carabinieri lo avevano ammazzato di botte».

I pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy non avrebbero avuto riscontro di tale circostanza dopo aver sentito altri detenuti. Il testimone poi spiega nella lettera che durante la notte Stefano era stato male: «Nella nostra cella si sentivano forti urla. Mi sono alzato dal letto insieme ad un altro amico e ci siamo avvicinati a Stefano per vedere cosa succedeva. Lui disse “non chiamate nessuno, però sto male”. Era impaurito».

Il giorno successivo Stefano disse di essere stato picchiato «per due volte dai carabinieri». Poi, secondo il detenuto, Cucchi venne visitato da un medico. «Lo toccò ai fianchi – scrive il detenuto – e Stefano fece un urlo e il dottore disse che doveva andare immediatamente in ospedale».

Nella lettera il testimone spiega che tuttavia il geometra romano non voleva recarsi in ospedale. «Solo alla fine – si legge – mi rispose “va bene, vado in ospedale”. Prima che andasse via gli ho preparato una busta con dei biscotti e alcune mele. Lui si era offerto di chiamare i miei familiari».

«Quando Stefano è andato via – continua la lettera – io e il mio amico di stanza ci siamo parlati in arabo dicendo che non si può fare questo ad una persona umana, Dio non vuole così. Ora Stefano è nelle mani di Dio. Questi pagheranno per sette volte il male che hanno fatto. Stefano ora sei al sicuro, Pace amico mio».