Cucchi, un infermiere: "Stefano sembrava dormire invece era morto"

Pubblicato il 16 Febbraio 2012 16:30 | Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio 2012 16:57

ROMA, 16 FEB – Verso le 6 di mattina del 22 ottobre 2009 ''andai nella cella di Cucchi, lo trovai disteso su un fianco con la mano sotto la testa. Sembrava dormire; lo chiamai piu' volte per fargli il prelievo, ma non rispose''. Stefano Cucchi era morto in quella cella del reparto detenuti dell' ospedale Pertini di Roma dove si trovava da qualche giorno. A raccontare quei momenti e' stato l'infermiere Giuseppe Flauto, uno di dodici imputati (sei medici, tre infermieri e tre agenti penitenziari) del processo per la morte del giovane romano, fermato il 15 ottobre 2009 per droga e trovato senza vita una settimana dopo in ospedale. Flauto ha ricostruito cronologicamente i suoi 'contatti' con Cucchi. Il 20 ottobre il suo primo vero dialogo con quel paziente-detenuto non molto collaborativo. ''Lo trovai con addosso sempre lo stesso maglione dei giorni prima – ha detto – l'unica cosa che ci consenti' fu il cambio lenzuola. Gli chiesi cosa gli era successo perche' aveva ecchimosi intorno agli occhi. Si lamentava di un dolore alla schiena, gliela guardai, ma sinceramente non vidi alcun segno di lesioni. Mi disse che era caduto qualche giorno prima''. Poi l'ultimo giorno. ''Non aveva mangiato – ha aggiunto Flauto – era magro e tentavo di stimolarlo a mangiare. Con il medico, nel pomeriggio, volevamo fargli una flebo perche' c'erano esami che si stavano muovendo in segno negativo. Non accetto' e non so perche'''.

La notte ''con un collega gli somministrammo la terapia. Notai una cosa strana: era tranquillo, disse che non aveva dolori ne' fastidi. Verso mezzanotte suono' il campanello dicendo di essersi sbagliato; cosa che ripete' dopo circa un'ora. Disse che voleva cioccolata; poi non chiamo' piu'''. Verso le 6 di mattina l'infermiere trovo' Stefano morto. ''Tentammo di rianimarlo ma non ci fu nulla da fare. Le guardie dissero di lasciare il corpo cosi' com'era, senza toccarlo, perche' doveva prima visionarlo il magistrato. Andai in infermeria, arrivo' il cambio turno, lasciai le consegne, smontai''. Psicologicamente 'sentita' la sua difesa: ''Faccio l'infermiere da 22 anni; non un lavoro come un altro, una missione, ci vuole passione e dedizione. Non ho nulla da rimproverarmi. Sarei andato contro la mia storia, il mio pensiero se avessi abbandonato quel paziente per come mi si contesta''.