Daniele Ughetto Piampiaschet condannato a 25 anni: uccise prostituta poi lo raccontò in un romanzo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Giugno 2015 18:27 | Ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2015 19:06
Daniele Ughetto Piampiaschet condannato a 25 anni: uccise prostituta poi lo raccontò in un romanzo

Daniele Ughetto Piampiaschet condannato a 25 anni: uccise prostituta poi lo raccontò in un romanzo

TORINO, 30 GIU – La Corte d’Assise d’appello di Torino ha condannato a 25 anni e 6 mesi Daniele Ughetto Piampaschet, accusato di aver ucciso una prostituta nigeriana (Anthonia Egbuna, 20 anni) e di avere raccontato l’omicidio nel romanzo “La Rosa e il Leone”, trovato dopo la perquisizione a casa sua. In primo grado, nel 2014, l’imputato era stato assolto. Il corpo della donna fu trovato trafitto da alcune coltellate, venne ritrovato nelle acque del Po a San Mauro Torinese nel febbraio 2012, ma la sua morte risaliva al novembre dell’anno prima. Il suo assassino fu arrestato qualche mese più tardi.

Con la donna, Pianpaschet aveva avuto una relazione sentimentale e nel corso dei processi ha sempre detto che continuava ad essere legato da una grande amicizia, affermando di essere innocente. Il procuratore generale Antonio Malagnino ha detto, durante la requisitoria, che ha ucciso per gelosia.    “Giustizia è fatta”, ha commentato il magistrato subito dopo la lettura della sentenza. In seguito, intrattenendosi con gli avvocati difensori dell’imputato, ha spiegato che a suo avviso “non si può credere alle troppe coincidenze di questa storia, compresa quella del romanzo”.

“Non ci sono ragioni per incarcerare subito il mio cliente”. Lo ha detto, uscendo dal palazzo di giustizia di Torino, Stefano Tizzani, avvocato di Piampaschet.  “La decisione spetta al procuratore generale che deve valutarne l’eventuale pericolosità sociale o di inquinamento probatorio o il pericolo di fuga. In quest’anno che il mio cliente ha vissuto libero è stato dimostrato che non sussiste alcuna di queste possibilità”.  Sulla sentenza, Tizzani si è limitato a dire che “presenteremo ricorso in Cassazione”.

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“Sono innocente. Questa sentenza tutela una banda di mafiosi”: Ughetto Piampaschet ha rivolto queste poche parole ai giornalisti lasciando il palazzo di giustizia di Torino accompagnato dai familiari dopo la sentenza. L’aspirante scrittore di Giaveno ha sempre sostenuto che a uccidere la donna siano stati esponenti delle organizzazioni criminali che sfruttano la prostituzione a Torino e provincia. Scrisse di lui Alessandro Giuli sul Foglio:

I fatti, quelli raccontati dai Carabinieri della provincia di Torino, dicono che un uomo di trentaquattro anni è stato arrestato con l’accusa di avere accoltellato a morte Anthonia Egbuna, nigeriana ventenne ripescata a un mese dal decesso dentro il Po, il 26 febbraio scorso, nei pressi d’una diga dell’Enel accanto al Parco Einaudi. Un cliente che ammazza la sua puttana. Cinico neorealismo sabaudo, in apparenza. Ma questa volta anche gli sbirri hanno dovuto riconoscere un sovrappiù di senso che ispessisce la banalità dell’ammazzamento: “Nella mattinata del 4 luglio, i militari della Compagnia Carabinieri di Chivasso, eseguivano un decreto di perquisizione locale e personale degli immobili nella disponibilità delle due donne in Torino (due amiche della Egbuna familiari al presunto assassino, ndr). Tale operazione permetteva di rinvenire e sequestrare, oltre a un ingente quantitativo di sostanza stupefacente, oggetti e documenti intestati e di proprietà della vittima, e un dattiloscritto in italiano intitolato ‘La Rosa e il Leone’, il cui contenuto narra la storia dell’amore di un uomo italiano e di una donna nigeriana, con un epilogo tragico (omicidio-suicidio da parte dell’uomo), alcune lettere manoscritte in lingua italiana e inglese e una scatola di un telefono cellulare appartenuto alla vittima”.

Quel dattiloscritto, secondo il verbale dei gendarmi, è un manifesto paraletterario scritto da Daniele Ughetto Piampaschet poco tempo prima di aggredire la donna, e oggi è la prova regina che lo incatena (assieme al turbinio delle telefonate, circa 1.900, registrate nei tabulati del telefono cellulare). A tradirlo è stato dunque il tentativo di romanzare, esorcizzare i demoni neri della morte oppure celebrarli nell’evocazione preventiva dell’omicidio che sarebbe infine stato compiuto. L’ultimo contatto tra i due risale al 27 novembre 2011, quando lei deve avergli detto per sempre “basta”. “Lui l’amava e l’amava sempre di più, ma lei non voleva saperne di lasciare la strada. Tutti i suoi tentativi di convincerla a cambiar vita erano falliti. E per questo si era trasformata nella sua torturatrice”. Così ha scritto il presunto omicida nel suo canovaccio letterario e nelle lettere indirizzate alla sua ossessione.

Piampaschet frequentava Anthonia dal febbraio del 2011, la caricava quasi tutti i giorni a via Coppino, in Borgata Vittoria, sulla sua Fiat Punto blu e andava a fare l’amore con lei per trovarci “l’Assoluto in terra” già assaporato durante il suo matrimonio fallito con un’altra nigeriana (lei lo ha abbandonato): “L’Africa per me significava Nigeria. E Nigeria significava le donne. E le donne significavano le prostitute, così chiamate da tutti ma per me rappresentavano l’Assoluto in terra. L’Assoluto in termini di bellezza”. Oggi di quell’Assoluto in terra rimane una foto segnaletica. Lei rasata, lui con una zazzera e un volto spento che sembrano una sfida involontaria al ben più patibolare Iginio Ugo Tarchetti, maestro di Scapigliatura e piemontese come lui, però più bello e fortunato con le donne (“Mi hanno tutto sacrificato, avvenire, felicità, reputazione”).

Piampaschet è stato sfortunato. Ha cercato e conosciuto, senza riuscire a dominarlo, l’“Eros nero” descritto nel secolo scorso dall’egittologo Boris de Rachewiltz: un vortice ossessivo governato senza tregua da Oshun, dea dell’attrazione e acqua che corrode. Non si è suicidato come il suo doppio filosofico-letterario, a maggio è espatriato a Londra per lavorare al servizio di sicurezza delle Olimpiadi, con la prospettiva di svernare in Gran Bretagna, ovvero di restarci per sempre, magari trovando sulle rive del Tamigi una terza dea nigeriana dell’Assoluto in terra. Sperava forse che nel frattempo le indagini s’incagliassero nel Po, dove le alghe avevano già compromesso la possibilità di scannerizzare le impronte palmari della sua Anthonia o passarci sopra la fuliggine per metterne in rilievo i fasci papillari scampati alla decomposizione. Ma i gendarmi avevano già letto “La Rosa e il Leone”. E il giorno dopo Ferragosto, quando chissà perché Piampaschet è rientrato a casa in Italia, assieme a lui hanno sequestrato un altro racconto intitolato come il suo destino: “Bruciami negra”.