Delitto via Poma: Pietrino Vanacore si uccide, il 12 avrebbe dovuto testimoniare

Pubblicato il 9 Marzo 2010 14:03 | Ultimo aggiornamento: 9 Marzo 2010 16:48

Il corpo di Pietro Vanacore

Un suicidio che forse è una auto accusa o forse un estremo grido di disperazione venti anni dopo un omicidio mai risolto. Si è tolto la vita Pietrino Vanacore, era stato accusato e poi prosciolto per il delitto di via Poma a Roma. Vanacore era il portiere dello stabile di via Poma 2, dove il 7 agosto del 1990 era stata uccisa, con 29 coltellate, Simonetta Cesaroni.  Il 12 marzo avrebbe dovuto testimoniare al processo contro l’ex fidanzato di Simonetta, Raniero Busco.

Pietro Vanacore si è suicidato legandosi una lunga fune al collo e lasciandosi andare in un corso d’acqua in località Torre Ovo di Torricella, nel tarantino. Il corpo è stato trovato in mare, nella acque antistanti Torre Ovo, nella marina di Maruggio. Alla corda era legata una pietra.

Vanacore ha lasciato due biglietti: uno sul tergicristallo dell’auto e uno all’interno della vettura. In entrambi, secondo quanto si è appreso da fonti investigative, l’ex portiere di via Poma avrebbe scritto lo stesso messaggio: “20 anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio”.

L’ex portiere di via Carlo Poma era stato citato dal pm Ilaria Calò. Essendo stato prosciolto prima dal Gip nel ’93 e in via definitiva dalla Cassazione nel 1995 dall’accusa di favoreggiamento, nell’udienza di venerdì prossimo avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto avrebbe ricoperto il ruolo di indagato in procedimento connesso.

La storia. Pietrino Vanacore fu arrestato il 3 agosto del ’90, con l’accusa di omicidio tre giorni dopo il delitto. Il 16 giugno del ’93 fu però prosciolto dal gip Cappiello perché “il fatto non sussiste”. La decisione divenne definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione. Dopo l’uscita di scena decise di lasciare Roma. Ora la sua morte aggiunge dubbi ad un caso che, dopo 20 anni, è ancora un giallo.

La mattina di quel 1990 quando Simonetta viene trovata morta in via Poma, i primi ad essere interrogati sono i quattro portieri dello stabile. I quattro portieri assieme ai loro famigliari sostengono di essere rimasti attorno alla vasca del cortile per tutto il pomeriggio del 7 agosto, dalle 16.00 alle 20.00. Ma subito la polizia inizia ad indagare su  Pietrino Vanacore che secondo le voci raccolte era l’unico tra i portieri a non essere in cortile nell’orario in cui Simonetta è stata uccisa.

C’è uno scontrino sospetto, Vanacore ha comprato dal ferramenta, alle 17.25 un frullino. È testimoniato che alle 22.30 Vanacore si è diretto a casa dell’anziano architetto Cesare Valle, che si trova più su dell’ufficio incriminato, per fornirgli assistenza. Cesare Valle però dichiara che il portiere è arrivato a casa sua alle 23.00. Questa mezz’ora di intervallo tra le due testimonianze porta gli investigatori a sospettare del portiere. In un paio di suoi calzoni vengono trovate inoltre macchie di sangue.

Nella scala B il pomeriggio del 7 agosto 1990 ci sono solo due persone, Cesare Valle e Simonetta Cesaroni. Nessun estraneo è stato visto entrare. Vanacore, il portiere dello stabile B, si assenta dalle 17.30 alle 18.30, orario dell’omicidio. Questa per gli inquirenti è la soluzione del caso. Pietrino Vanacore passa 26 giorni in carcere, poi il suo avvocato convincerà i giudici a farlo uscire. Ad un esame approfondito, le tracce di sangue sui pantaloni risultano essere dello stesso Vanacore, che soffre di emorroidi. Inoltre viene sostenuta la tesi che chiunque abbia pulito il sangue di Simonetta si sia sporcato gli abiti dello stesso.

Le circostanze assai sospette lo fanno rimanere l’obiettivo numero uno della polizia, ma accertamenti sul Dna del sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato rinvenuto il corpo, scagioneranno ulteriormente Pietrino Vanacore.

Pietro Vanacore avrebbe dovuto deporre il prossimo 12 marzo nel processo in corso a Roma per l’omicidio di Simonetta Cesaroni, nel quale è imputato Raniero Busco.

Avvocato di Raniero Busco. “La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché fosse l’autore dell’omicidio, ma perché sapeva”. Così l’avvocato Paolo Loria, difensore di Raniero Busco, sotto processo per l’omicidio di Simonetta Cesaroni, commenta la notizia del suicidio dell’ex portiere di via Poma. “Non so come interpretare questo fatto – ha aggiunto – l’ho saputo 20 minuti dopo che era successo. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni. Non se l’é sentita, in sostanza, di affrontare i giudici e gli avvocati in aula”.