Dipendenti infedeli rubavano i dati alle compagnie telefoniche e li rivendevano: 7mila euro per 70mila dati

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 Giugno 2020 13:02 | Ultimo aggiornamento: 26 Giugno 2020 14:30
Dipendenti infedeli rubavano (e diffondevano) i dati alle compagnie telefoniche per cui lavoravano

Dipendenti infedeli rubavano (e diffondevano) i dati alle compagnie telefoniche (Foto Ansa)

ROMA – Dipendenti infedeli rubavano i dati dei clienti delle compagnie telefoniche per cui lavoravano.

Poi vendevano questi dati a terze persone, i cosiddetti intermediari che utilizzavano questo “tesoro immateriale”.

Già, perché oggigiorno gestire dati equivale quasi a maneggiare denaro. Anzi, per alcuni il trattamento di dati è addirittura un dato più prezioso.

E infatti, secondo le indagini 70mila dati venivano venduti fino a 7mila euro.

L’operazione Data room contro i dipendenti infedeli

Il 26 giugno una vasta operazione di polizia giudiziaria ha coinvolto decine e decine di persone. L’operazione si chiama Data room e ha coinvolto oltre 100 specialisti.

Tra i reati contestati, l’accesso abusivo alle banche dati dei gestori di telefonia che conservano informazioni tecniche e personali dei clienti, e il trattamento illecito di quei dati.

Tutto comincia dalla denuncia della Tim

Sono venti le misure cautelari (13 ai domiciliari e 7 obbligo) emesse dal gip di Roma nei confronti anche di dipendenti infedeli di Tim che carpivano illecitamente dati sensibili di clienti. Si tratta di circa un milione e 200 mila dati carpiti all’anno. L’indagine è partita da una denuncia della Tim.

Coinvolti anche “intermediari” che si occupavano di gestire il commercio illecito delle informazioni estratte dalle banche date ed i titolari di call center telefonici che sfruttavano informazioni per contattare i potenziali clienti e lucrare le previste commissioni per ogni portabilità del numero che arrivano fino a 400 euro per ogni contratto stipulato.

Le informazioni estratte divenivano oggetto di un illecito mercimonio, in quanto appetibili per le società di vendita dei contratti da remoto che puntano ad intercettare la clientela più “vulnerabile”, a causa di problemi o disservizi, per proporre il cambio in primo luogo dell’operatore telefonico.

Un sistema che vedeva da un lato una serie di tecnici infedeli in grado di procacciare i dati, dall’altro una vera e propria rete commerciale che ruotava attorno alla figura di un imprenditore campano, che acquistava la “merce” ed a sua volta in grado di estrarre “in proprio” grosse quantità di informazioni, in virtù di credenziali illecitamente carpite a dipendenti ignari. 

La compravendita di dati avveniva soprattutto di notte (comunque fuori dall’orario di lavoro).

70mila dati venduti a 7mila euro

Un guadagno di settemila euro a fronte della commercializzazione di 70 mila dati sensibili (numeri di telefono e dati anagrafici).

Le estrazioni dei dati – spiegano gli inquirenti – “venivano sistematicamente portate avanti con un volume medio di centinaia di migliaia al mese.Gli indagati gestivano i volumi modulandoli a seconda della domanda di mercato”.

In una conversazione intercettata uno degli indagati parla senza mezzi termini a un dipendente infedele.

“Integrazione di 15 mila dati per arrivare ai 70 mila pattuiti per il mese in corso”.

(Fonti: Ansa e  Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev)