“Alluvionati e abbandonati”: le ragioni della rabbia dei veneti

Pubblicato il 8 Novembre 2010 13:15 | Ultimo aggiornamento: 8 Novembre 2010 13:15

Alluvionati e soli. I veneti si sentono così e monta la rabbia per un bilancio pesantissimo (3 morti e circa un miliardo di danni) che sembra aver raccolto scarsissima attenzione da media e classe politica. Gli imprenditori minacciano di non pagare le tasse, il governatore Luca Zaia è sedotto dall’idea di trattenere e utilizzare per la ricostruzione l’acconto Irpef.

Dario Di Vico sul Corriere della Sera analizza con lucidità la situazione partendo proprio dal ‘mood’, dal modo in cui si sentono le vittime dell’alluvione: “I veneti – scrive –  hanno la fondata percezione di essere stati lasciati soli persino nella rappresentazione fotografica del loro dramma. Come se l’Italia considerandoli ricchi ed egoisti si fosse girata dall’altra parte, non avesse voluto vedere nemmeno le immagini del diluvio, avesse stabilito un’ipotetica classifica dei «veri» bisognosi e avesse escluso coscientemente gli sfollati, gli agricoltori e gli artigiani di Vicenza, Padova e Verona. Come diceva il famoso refrain di Enzo Jannacci «no, tu no»”.

Vero o falso che sia alcuni dati sono evidenti: non si tratta della “copertura” dell’evento su questo o su quel giornale ma dell’attenzione, scarsa,  che la classe politica ha dedicato al fenomeno. Domenica 7, spiega Di Vico, è stata una domenica delle “kermesse politiche”. C’è Fini che dà il benservito a Berlusconi, Pierluigi Bersani che raduna parte dei suoi a Roma mentre l’altra parte si vede a Firenze per discutere di “rottamazioni” democratiche con Matteo Renzi.

Il risultato, scrive Di Vico, è che “né da Gianfranco Fini (Perugia), né da Pierluigi Bersani (Roma) e nemmeno dai rottamatori di Matteo Renzi (Firenze) è venuto un segnale politico, un gesto di solidarietà, l’apertura di una sottoscrizione, l’invio di squadre di volontari. Sembra quasi che il Veneto non meriti empatia e questo perché le élite nazionali in fondo continuano a considerare quella del Nord Est una società chiusa, brulicante di intolleranti ed evasori”.

Per il giornalista, quindi, “la minaccia avanzata ieri dagli industriali vicentini di mettere in atto lo sciopero delle tasse è figlia di questo risentimento, è la constatazione di una ferita che si pensava in via di sutura e che invece l’inondazione ha addirittura allargato”. Ora tutto dipenderà da come si metterà in moto la solidarietà. In passato si è ricorso, spiega Di Vico, a “tasse di scopo, magari caricate sul prezzo della benzina. È evidente che l’opinione pubblica nordestina si ribella davanti all’ipotesi di aumentare la pressione fiscale nazionale anche se a fin di bene, mentre è decisamente favorevole a una mini secessione fiscale, una sorta di anticipo del federalismo”.