Divise militari, made in China a migliaia anche se a marchio Ue

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 febbraio 2015 12:52 | Ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2015 12:52
Divise militari, made in China a migliaia anche se a marchio Ue

Divise militari, made in China a migliaia anche se a marchio Ue

ROMA – Migliaia di divise di militari, carabinieri e finanzieri sono made in China. Divise che, secondo il bando che ha stanziato i soldi, dovevano invece essere prodotte in Europa e portare rigorosamente il marchio “made in Ue“. A rendere la situazione ancor più grave il fatto che la scritta “made in China” sia stata nascosta sotto l’etichetta della comunità europea.

Ora i vincitori dell’appalto sono stati denunciati per associazione a delinquere finalizzata alla frode. Una accusa per truffa da 12 milioni di euro, il valore dei soldi stanziati dal bando.

Giulio De Santis sul Corriere della Sera spiega che il logo di confezionamento delle divise destinate a carabinieri, Esercito, Guardia di finanza e Forestale avveniva a Shanghai, nello stabilimento dell’imprenditore Zuo Xingyan:

“Nella sua fabbrica sarebbe stato prodotto il tessuto per 130mila uniformi da combattimento per i soldati e per 150mila camice azzurre e bianche dei militari dell’Arma. La stessa azienda avrebbe confezionato 126 mila berretti. Un elenco che comprende anche gonne, giubbotti e camice, a maniche corte o invernali”.

Gli imprenditori vincitori del bando erano però obbligati a produrre in Europa e così hanno cambiato l’etichetta sui capi. Nel 2009 però durante il collaudo delle divise l’etichetta Ue si strappa e appare quella “made in China”. Si scopre allora che le divise da Shanghai passavano per il porto di Rotterdam e arrivavano in Italia. Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio per gli imprenditori, che sono stati denunciati per truffa:

“Dopo la scoperta del mancato rispetto del contratto, i pagamenti sono stati sospesi, anche se le divise sono state consegnate alle forze dell’ordine. A rischiare di finire sotto processo per associazione a delinquere finalizzata alla frode nelle pubbliche forniture Carmelo, Giovanni e Pietro Bucalo, i titolari della «Mediconf» originari di Palermo: nel 2007 avevano costituito l’«Ati» per vincere bando.

«Il contratto è stato portato a termine, i prodotti hanno superato il collaudo, quindi siamo sicuri di ottenere il proscioglimento», sostiene Alfredo Galasso, difensore di Carmelo Bucalo. Insieme con gli imprenditori, il pm Corrado Fasanelli ha chiesto il rinvio a giudizio per le stesse accuse di Corrado e Sergio Scali, Sergio Cavallerio, Paolo Bortotti, Chiara Guido, Tiziana Parrino, Gianfranco Guaragni, Giacomo Greco, Mauro D’Epiro, ognuno con ruoli fondamentali nell’organizzazione dei Bucalo”.

Ora il gup dovrà decidere il prossimo 17 marzo se rinviare o meno a giudizio tutti i denunciati.