Don Paolo Farinella paga l’Ici: “Bisogna cambiare la legge”

Pubblicato il 7 Dicembre 2011 16:13 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2011 16:19

ROMA – ''Si', pago l'Ici per gli appartamenti di pertinenza della parrocchia e come me tanti altri sacerdoti in tutta Italia. Il problema sono le strutture di istituti religiosi che fanno attivita' alberghiera, turismo. Per loro bisognerebbe cancellare dalla legge quel maledetto avverbio, 'non esclusivamente', grazie al quale l'esenzione si applica alle attivita' di natura non esclusivamente commerciale. Serve una normativa precisa, bisogna essere drastici e le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero esigere una norma trasparente''. E' molto chiara la posizione di don Paolo Farinella, parroco di San Torpete a Genova, in merito alla questione Ici-Chiesa.

Quando nei mesi scorsi era esplosa la polemica, ora rinverdita dopo il varo della manovra Monti, il sacerdote aveva gia' annunciato via facebook che la sua parrocchia pagava l'Ici. Oggi a chi lo interpella dice senza giri di parole come la pensa: ''La norma dovrebbe dire chiaramente che tutte le attivita' non inerenti al culto sono tassate secondo la legge vigente''.

La parrocchia di Don Farinella e' proprietaria di sei appartamenti, ricavati nell'edificio storicamente parte della struttura della chiesa, che risale al 1100 e per questo e' sotto il vincolo della Soprintendenza. Le case sono date in affitto, con un canone che non supera i 200 euro e sono state ristrutturate con il concorso degli inquilini.

''I rapporti amministrativi e con gli affittuari, compresa la riscossione degli affitti, sono gestiti da un'apposita cooperativa che cooperativa, la Cape, istituita dalla Curia, che fa un ottimo lavoro. Per quando riguarda l'Ici, ho dato mandato a un commercialista per i versamenti dovuti. Lo stesso hanno fatto altri sacerdoti qui a Genova come in tante parti d'Italia''.

Altra cosa sono ''gli enti che fanno attivita' alberghiera e non pagano l'Ici perche' c'e' una cappella comunicante con le strutture ricettive''.

Qui siamo nell'ambito di ''situazioni a mio avviso scorrette – afferma il sacerdote – immorali da un punto di vista della dottrina della Chiesa e ingiuste sul piano fiscale. E c'e' anche un profilo di concorrenza sleale rispetto ad analoghe attivita' in mano a privati. Solo le chiese, le canoniche e i locali in cui si svolge attivita' pastorale andrebbero esentati. E qui rientrano anche le attivita' svolte da tanti enti benefici, come la Caritas, che anzi svolgono anche un ruolo sociale suppletivo''.