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Dottoressa denuncia stupro in ritardo: Procura impugna la scarcerazione

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Dottoressa denuncia stupro in ritardo: Procura impugna la scarcerazione

BARI – “Impugneremo sicuramente il provvedimento di scarcerazione”. Lo ha detto all’Ansa il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, che sta predisponendo il ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame che ha disposto la scarcerazione – con concessione degli arresti domiciliari – del 51enne di Acquaviva delle Fonti Maurizio Zecca, accusato di aver violentato e perseguitato per mesi una dottoressa di una guardia medica della provincia di Bari.

I giudici hanno ritenuto il reato di violenza sessuale improcedibile perché la denuncia del medico è stata presentata dopo 9 mesi, quindi oltre i 6 mesi previsti per legge per un reato come questo che è procedibile solo a querela di parte.

“Ravvisiamo la connessione con reati procedibili d’ufficio – spiega Volpe – e questo supera il problema della improcedibilità per querela tardiva”.

In particolare il procuratore spiega che nell’altra contestazione di stalking addebitata all’indagato dal pm che ha coordinato le indagini, Simona Filoni, siano compresi i reati di “minacce gravi, violazione di domicilio aggravata e violenza privata, che sono tutti reati procedibili d’ufficio”.

“Non siamo impazziti – continua Volpe – tanto da contestare un reato improcedibile perché denunciato troppo tardi. Stiamo predisponendo il ricorso e domani – annuncia il procuratore – avrete tutti i dettagli”.

Il caso risale al dicembre dello scorso anno. La dottoressa ha subito una violenza da un suo paziente mentre era in servizio di guardia medica, ma per vergogna non ha deciso subito di denunciarlo e lo ha fatto solo nove mesi dopo, quando le persecuzioni e le minacce crescenti cui l’uomo la sottoponeva erano diventate insostenibili.

Per la legge lo ha fatto troppo tardi (avrebbe dovuto farlo entro i sei mesi) e così il presunto aggressore, arrestato il 13 novembre scorso, non solo è stato scarcerato, ma non potrà nemmeno essere processato per la presunta violenza sessuale, perché il reato è divenuto improcedibile per querela tardiva.

Gli atti persecutori, messaggi, telefonate e persino minacce di morte, sarebbero iniziati nell’ottobre 2016 e avrebbero costretto nei mesi successivi il medico a cambiare tre diverse sedi di lavoro fino a quando, temendo per la propria incolumità, la donna ha deciso di rivolgersi alla polizia. Stando a quanto ricostruito dalla Procura di Bari, la dottoressa sarebbe stata vittima di “un’opera di lenta e crescente persecuzione”, da parte dell’uomo che sarebbe arrivato “a maturare una vera e propria ossessione” nei suoi confronti.

A concedere i domiciliari al 51enne sono stati i giudici del Tribunale del Riesame in applicazione della legge che dispone il termine di sei mesi per la presentazione della querela per violenza sessuale.

Il caso ha riaperto vecchie ferite e riproposto una riflessione sulla adeguatezza di un termine così breve per un reato che ha enormi implicazioni emotive e psicologiche sulle vittime. Quello dei sei mesi, ha detto l’avvocato Giulia Buongiorno che insieme a Michelle Hunziker ha dato vita alla fondazione ‘Doppia difesa’ contro la violenza di genere, è un termine troppo breve “che andrebbe almeno raddoppiato”. “Si tratta di un periodo di tempo – ha aggiunto – a malapena sufficiente perché una donna inizi anche solo a maturare la decisione di parlare con qualcuno di quello che le è successo”.

Sulla vicenda è intervenuta anche Serafina Strano, la dottoressa violentata in un ambulatorio a Catania il 19 settembre scorso. “E’ una vergogna, è evidente che nella legislazione c’è un buco – Ha detto la collega delle vittima barese – Ed è terribile pensare a quello che sta passando, dopo quello che ha trascorso e subito, e che continua a subire. E rischia di non vedere processato l’indagato”. “Le vittime di violenza sessuale hanno paura – ha concluso – E non possono essere lasciate sole”.

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