È morta Cina la gattina del cassonetto: 15 anni d’amore e…

di Marco Benedetto
Pubblicato il 1 Settembre 2015 8:10 | Ultimo aggiornamento: 1 Settembre 2015 10:38
È morta Cina la gattina del cassonetto: 15 anni d'amore e...

Cina, il giorno prima

ROMA – Cina, la gattina bianca e nera trovata in un cassonetto, dolce, affettuosa e feroce, è morta, dopo una vita di lotte, sofferenze e grande amore. Non fumava ma un tumore l’ha devastata. Aveva 15 anni. Seduta eretta in attesa del cibo, le orecchie puntate in alto, il muso nero sopra e bianco sotto, sembrava Batman. Gli occhioni sgranati e imploranti facevano pensare a una creatura che sapeva che la morte l’aveva sfiorata quando aveva pochi giorni e cercava protezione e tutela.

L’avevano abbandonata accanto a un cassonetto dell’immondizia, davanti a via Po 12, a Roma, storica e mitica sede dell’Espresso. La portai a casa e per un po’ la sua vita fu dura, perché in casa avevo già altre due gatte che le fecero subito la guerra. Credevo alla solidarietà femminile e pensavo che le due gatte più grandi, India – la crudele siamese – e Banshi, la aristocratica randagia, proteggessero quel mucchietto di peli neri e bianchi. Si trattava invece di uno dei tanti miti che avevo sulle donne. Quella delle gattine fu una lezione di vita. Scoprii che le donne sono territoriali, per nulla disposte a cedere un pezzo del loro cibo ad altre rivali.

Abitavo in una casa col giardino, le due gatte più vecchie si erano spartite il territorio, una stava dentro, l’altra stava fuori e la povera Cina poteva rifugiarsi solo in cucina, che era nel seminterrato. Un altro porto sicuro era la casa di una vicina, che aveva fatto figli con altrettanti figli di Noè, urlava sempre al telefono con la madre e che la ospitò con amore e la difese dalle due rivali quando la inseguivano fino in quel rifugio per contenderle il cibo.

Cina sentiva dentro la legge della natura e della vita. Si aggirò nel quartiere e trovò un gatto tutto nero con cui fece due gattini, un maschio e una femmina. Per partorire scelse la mia cucina, in una cesta sotto il tavolo dove, quando si allontanava, subito era sostituita da Asia, la piccola Shitzu che tanto desiderava un cucciolo da soffrire di gravidanza isterica. Asia stava appostata accanto alla cesta in attesa dei pochi minuti di maternità che le esigenze di Cina le consentivano. Alla fine ci riuscì a essere madre anche lei, diventando capostipite di una diaspora di Shitzu letteralmente sparsi nel mondo.

Quando cambiai casa, la figlia di Cina rimase con la vicina, e io portai nella nuova casa, su due piani e con giardino, tutta la tribù: quattro Shitzu, due gatte (Cina e Banshi, India nel frattempo era morta) e il gatto Uboat, così chiamato per il suo ron ron tanto forte da ricordare un motore marino. Uboat, vero padrone della casa, andava d’accordo con tutti, bastava che non lo infastidissero troppo; è ancora così, ma con gli anni si è fatto meno tollerante, frequenta meno i cani e li guarda con sospetto. La sua principale preoccupazione è il cibo e non ammette intrusioni. Anche con Cina, che pure lo amava teneramente, era intollerante davanti al piatto del mangiare. Solo le ultime settimane, perché sentiva che Cina stava sempre più male, si lasciava buttar fuori dal suo piatto da Cina, che nel frattempo aveva finito il proprio.

Nella nuova casa i guai di Cina non finirono. Non amava i cani, piccoli e affettuosi ma terribilmente invadenti. Soprattutto era ancora bersaglio di Banshi, che invece con i cani faceva comunella al punto di dormire con loro nella loro casetta scaldandosi in mezzo a loro nelle notti di freddo.

La svolta della sua vita venne quando in un appartamento che affacciava sul giardino venne a abitare Nicla, che per lei diventò l’amore assoluto. Cina viveva in casa della Nicla, sentiva i suoi richiami quando nessuno li intendeva, era docile e ubbidiente come un cagnolino.

Poi Nicla si trasferì all’ultimo piano e per Cina fu il culmine della felicità, perché aveva abbandonato il cortile con cani e Banshi e viveva stabilmente fra casa mia e quella della Nicla, passando per il tetto attraverso una finestrella sempre aperta per lei. Passava le giornate con Uboat e con me ma quando la Nicla tornava a casa lo capivi da come Cina abbandonava tutto e correva via, alla finestrella e da lì al tetto e da lì alla finestra della Nicla.

Ma tutte le cose belle, come per fortuna anche quelle brutte, hanno un termine e la fine di quella età dell’oro arrivò quando Nicla mise al mondo Veronica. La prima volta che Veronica entrò in casa mia e pianse, Cina pensò che un altro gattino fosse arrivato e pensò di dover ben marcare il territorio. Ci ho rimesso tre divani, prima di capire che era meglio fasciarli di plastica.

Veronica ora ha quattro anni, Cina non ha mai imparato a tollerarla ma ha smesso di lasciare le sue impronte. Ha iniziato una nuova vita, solo con me e con Uboat. Sono stati, gli ultimi quattro, anni di amore intenso fra Cina e Uboat, lui sempre in movimento fra un piano e l’altro e il giardino, lei legata al suo territorio e al suo piattino del cibo. La notte dormivano abbracciati, lui sempre un po’ altezzoso, come il marito che rimprovera la moglie di essere troppo appiccicosa, lei che lo leccava e si sdraiava appiccicata a lui, la testa fra la testa e le zampe anteriori di lui.

Cina ha cominciato a stare male a primavera, dimagrendo molto, non riuscendo a bere. Una cura intensa e molte flebo l’avevano rimessa a posto. Per farle le flebo eravamo in tre. Cina, dolcissima, quando si sentiva minacciata diventava feroce, soffiava, mordeva, forse emergeva l’insicurezza di quei primi giorni così precari.

Poi la scoperta del tumore e tutto il resto, dettagli che vi risparmio. Non si è mai lasciata andare, mangiava e per la prima volta lasciava il proprio piattino già semivuoto per scostare Uboat dal suo e mangiare anche lì. Ha passato gran parte degli ultimi giorni sotto un tavolino, in posizione strategica per controllare i miei spostamenti verso la cucina, dove mi seguiva per chiedere cibo.

Se l’accarezzavi con delicatezza sul capo, alzava un po’ il musetto felice, senza miagolare. Non ce la faceva più.

La prima notte senza di lei Uboat l’ha passata spalmato sul pavimento, senza mai muoversi da lì. Fissava la nicchia sotto il tavolino e si chiedeva: ma Cina dov’è?