Elena Ceste “morì cadendo”, Michele Buoninconti ricorre in Cassazione

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 aprile 2018 15:19 | Ultimo aggiornamento: 24 aprile 2018 15:19
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Elena Ceste “morì cadendo”, Michele Buoninconti ricorre in Cassazione

ROMA – Mancano pochi mesi all’avvio del processo in Cassazione che vede imputato Michele Buoninconti, l’uomo accusato e condannato, in primo e in secondo grado, a 30 anni di reclusione per l’omicidio della moglie Elena Ceste.

Si è sempre detto innocente Michele Buoninconti, ha sempre sottolineato come la giustizia con lui abbia preso un abbaglio. E continua a proclamare dal carcere la sua innocenza. Per la difesa Elena è morta a causa di un drammatico incidente, una caduta accidentale nel canale dove poi fu ritrovato il cadavere in avanzato stato di decomposizione. Per l’accusa invece non ci sono dubbi: è stato Michele Buoninconti a uccidere sua moglie Elena Ceste e occultare poi il suo cadavere.

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La donna, 37 anni, madre di quattro figli – ragiona la difesa – era in uno stato psicotico diagnosticato, uscì di casa nuda, in piena crisi nervosa, alle 8 di una mattina di gennaio, abbandonando i vestiti nel cortile; avrebbe vagato nella macchia di fronte a casa, nei campi spogli per l’inverno e alla fine si sarebbe avvicinata (era senza occhiali) al canale del Rio Mersa al confine del Comune di Costigliole, a 800 metri in linea d’aria dalla casa di famiglia. Le sue calze, anzi i calzini, osserva la difesa, citando i Ris, avevano tracce di erba, compatibili con una camminata senza scarpe in campagna e quindi potrebbe essere caduta battendo il capo in un argine alto più o meno due metri.

La morte potrebbe essere sopraggiunta per ipotermia e il corpo, leggermente più a monte riguardo al punto di caduta, potrebbe essere stato trasportato a valle, dentro il canale coperto, dalle ripetute piene provocate da piogge intense; ad avvalorare questa tesi, sempre secondo la difesa, la frattura del coccige compatibile con l’ipotesi della caduta.

La difesa contesta il perito del pm che ha effettuato l’esame dei tabulati telefonici di Buoninconti; avrebbe ricostruito in modo inesatto la scansione delle telefonate e dei movimenti in auto dell’uomo in quei minuti cruciali tanto da creare una discordanza con il racconto di alcuni testimoni. Infine l’assenza di un movente credibile. Buoninconti sapeva dei tradimenti della moglie, se avesse agito per gelosia avrebbe pianificato diversamente il delitto, mentre Elena Ceste non aveva mai segnalato uno stato di pericolo. La coppia stava affrontando una crisi, ma senza asperità. Altre carte sono nelle memoria affidata ai giudici.

Nel corso di questi anni, dopo aver perso la potestà genitoriale, l’uomo ha tentato di interagire con i quattro figli, accuditi dai genitori di Elena Ceste, i quali però, interpellati dal Tribunale dei minorenni, già in passato espressero la loro intenzione di non voler più aver alcun contatto con il padre. Michele Buoninconti ha recentemente inviato alcune lettere dal carcere. Lettere ritenute dagli psicologi destabilizzanti per la serenità dei bambini tanto da essere state nascoste per tutelare il loro benessere.

Secondo la criminologa Roberta Bruzzone, intervenuta sul settimanale Giallo, lo scopo di Michele Buoninconti è quello di manipolare la figlia maggiore per ottenere da lei delle dichiarazioni favorevoli da utilizzare in vista dell’avvio del processo.

”Ritengo quanto accaduto di una gravità inaudita – ha scritto la criminologa – e bene hanno fatto i legali della famiglia Ceste a tutelare in sede giudiziaria”.

In passato anche l’amica di Michele, tale Marilinda, avrebbe cercato di avvicinare i figli di Elena Ceste. Il fatto era stato riportato dal quotidiano ”CronacaQui.it” e discusso anche durante una puntata di ”Chi l’ha visto?” dello scorso marzo.

”La donna avrebbe già tempestato di messaggi la ragazza, l’avrebbe aspettata fuori da scuola, addirittura si sarebbe recata dal parroco di Govone, dove i ragazzi abitano con i nonni, per avere un indirizzo preciso. Franco Ceste, nonno e tutore legale dei quattro figli di Elena e Michele, ha presentato una denuncia per stalking, tramite l’avvocato Deborah Abate Zaro, allo scopo di tenere lontana dalla sua famiglia quella donna, Marilinda G., 56 anni”.

”La ragazzina – si leggeva ancora nell’articolo – si è confidata con i nonni e una cugina. Da tempo, aveva spiegato, riceveva dei messaggi su WhatsApp di una persona che non aveva mai conosciuto, una tale Marilinda. Una persona che invece i nonni conoscevano, almeno a livello di atti giudiziari, per la relazione intrapresa con il padre”.

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