Cervelli che tornano e vincono, la bella storia di Elena Piacenza

di Antonella Del Sordo
Pubblicato il 6 Ottobre 2020 16:10 | Ultimo aggiornamento: 7 Ottobre 2020 12:33
Cervelli che tornano e vincono, la bella storia di Elena Piacenza

Cervelli che tornano e vincono, la bella storia di Elena Piacenza

Quella di Elena Piacenza è una bella storia. Ha solo 29 anni, uno sguardo profondo e le idee chiare, una delle sei vincitrici dell’edizione italiana del Premio L’Oreal-Unesco “Per le Donne e la Scienza”.

Si chiama Elena Piacenza, ha studiato a Calgary in Canada per tre anni dove ha conseguito il suo dottorato e ha scelto di rientrare a fare la ricercatrice in Italia. E’ veneta e da un anno porta avanti un progetto all’università di Palermo sulla prevenzione delle infezioni che  le protesi ortopediche possono scatenare, ricerca che adesso potrà andare avanti anche grazie al prestigioso premio per le Donne e La Scienza creato dalla fondazione L’Oréal in collaborazione con l’Unesco, che le ha garantito una borsa di studio di 20.000 euro.

La sua idea è sviluppare composti a base di nanomateriali, compatibili con i tessuti biologici, che possano appunto prevenire la contaminazione da impianto. Elena pensa di usare nanocomposti per iniettare o inserire in pellicole con cui rivestire le protesi.

La formula prevede nanocomposti  a  base  di idrossiapatite  che è la componente principale delle ossa – usata di solito per rivestire gli impianti ortopedici perché favorisce la ricrescita dell’osso senza rigetto della protesi, con un innesto successivo di nanoparticelle di selenio, micronutriente essenziale per l’essere umano, dotato di un forte potere battericida, e due antibiotici specifici per due tra i batteri causa di molte infezioni ospedaliere e che hanno sviluppato molte resistenze ai farmaci, lo Staphylococcus aureus e lo Psedomonas aeruginosa.

“Lo studio durerà 10 mesi e i test verranno fatti in laboratorio su colture di ceppi patogeni. Si faranno anche delle prove di tossicità per vedere gli effetti sulle cellule umane”, dice Elena Piacenza.   

La storia di un cervello in fuga

Un cervello in fuga che rientra e sceglie un’università del sud è certamente singolare. Certamente deve essere  motivo di orgoglio e un esempio per tanti ragazzi che dal sud scappano convinti di non avere opportunità.

“Ho voluto studiare all’estero, ma sempre con l’idea di tornare, per offrire le mie competenze al mio Paese.  – racconta Elena – Qui nell’università di Palermo c’è un parco macchine che non ha nulla da invidiare a quello che avevo in Canada. Un centro d’eccellenza in Europa, sia per quanto riguarda la nanotecnologia che la biotecnologia in generale. E’ un’università in espansione, che può offrire grandi opportunità in campo scientifico, all’avanguardia su tematiche importanti come la prevenzione dei beni culturali”.

Quando parla di Palermo, le brillano gli occhi, racconta di una città multiculturale come a Calgary, dove si respira aria di novità e di apertura verso le diversità, di una città che l’ha accolta e fatta sentire in famiglia.

Spiega con fermezza quali sono le differenze tra le nostre università e quelle americane. Poi con chiarezza sintetizza punti di forza e di debolezza di entrambe. I loro atenei, a differenza dei nostri, sono multietniche e multiculturali, elementi che stimolano il confronto, fondamentale nella ricerca.  Ovunque ci sono campus  attrezzati e organizzati con strumentazione che non sempre in Italia ci riusciamo a permettere.

Di contro, la formazione ad ampio spettro che si riceve in Italia è quella che manca in America, dove tutto è fortemente focalizzato e specializzato. A volte senza una cultura di base. “Per essere scienziati si deve avere una cultura a 360 gradi. Ed ecco perché i ragazzi italiani sono ricercati ovunque nel mondo”, dice con orgoglio Elena.

Ed è proprio a quei ragazzi che va il suo incoraggiamento, affinché la sua  storia sia d’esempio per tutti. “Niente si dà per nulla” conclude Elena, ma con sacrificio e ottimismo si può costruirsi una propria realtà.