Elisa De Bianchi, autista Atac aggredita: “Mi han gridato: apri o ti ammazziamo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 settembre 2014 10:37 | Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2014 11:11

ROMA – “Apri o ti ammazziamo, mi hanno detto. Erano in 30. Le auto passavano, rallentavano per guardare ma nessuno mi ha aiutata”: a parlare è Elisa De Bianchi, l’autista dell’Atac aggredita sabato pomeriggio sulla via Polense, tra Roma e Tivoli, mentre guidava l’autobus 042 vicino al centro di accoglienza di Corcolle. Proprio da quel centro sono arrivati i circa 30 immigrati africani che hanno preso a calci l’autobus, gridando “di tutto” alla giovane Elisa, 33 anni.

“Quei pazzi mi gridavano “apri o t’ammazziamo!”, gli automobilisti dall’altra parte della strada rallentavano per guardare la scena e poi andavano via. Dietro di me c’era la fila di macchine, ma nessuno è sceso per aiutarmi. Che schifo: la gente ci fotografa se parliamo al telefonino e manda le immagini ai giornali, ma quando succede una cosa del genere non alza un dito”.

ha detto a Rinaldo Frignani del Corriere della Sera. 

“Non so perché, forse erano arrabbiati perché aspettavano l’autobus da troppo tempo. Quando ho rallentato per arrivare alla fermata il gruppo si è messo in mezzo alla strada. Quei tipi urlavano, tiravano calci sulla carrozzeria e sulle porte. Mi hanno gridato di tutto. Erano solo le sette e mezzo di sera, ma ho avuto paura. All’improvviso ho sentito un botto e il finestrino vicino al primo posto dietro di me è andato in frantumi: avevano tirato una bottiglia di birra come un proiettile. Meno male che il bus era vuoto, sennò ci scappava il morto. A quel punto ho accelerato e sono scappata”.

A quel punto Elisa ha chiamato l’ispettore Atac per le emergenze, che le ha consigliato di andare nella rimessa di zona.

“E così ho fatto, solo che proprio dopo il capolinea mi sono ritrovata davanti gli immigrati. Mi aspettavano, qualcuno li aveva portati fin lì. E hanno bloccato di nuovo la strada, solo che questa volta erano più cattivi. Ho chiuso il finestrino, non potevo andare né avanti né indietro. E nessuno mi aiutava”.

L’unica cosa che ha potuto fare è stata chiamare un collega che abita da quelle parti:

“Mi sono messa a piangere per la paura, gli ho chiesto di salvarmi. Quelli intanto spaccavano tutto, hanno finito di sfondare il finestrino. Ho pensato: “Se riescono a salire mi violentano e mi ammazzano”. Mi sono messa a suonare il clacson, ho fatto più rumore possibile, ma veramente assurdo è stato il totale menefreghismo dei passanti. Mi sono sentita davvero sola”.

Così è rimasta per cinque lunghissimi minuti, totalmente in balia degli aggressori, e continuando a parlare al telefono con il collega che nel frattempo la stava raggiungendo. Solo che gli aggressori devono aver pensato che stesse parlando con la polizia, e alcuni di loro hanno arretrato. Così è riuscita a ripartire ed è andata alla rimessa dell’Atac.

“Lì mi ha raggiunto il personale della sicurezza aziendale e uno psicologo. Un altro l’ho incontrato in ospedale dove sono andata per una visita di controllo: sabato notte non ho dormito, sono stata male per la paura. L’azienda deve fare qualcosa per proteggerci, sono troppi i colleghi aggrediti e la cosa si ripete ogni giorno”.

Quello che è capitato ad Elisa, però, non è un evento unico. Micaela Quintavalle, sindacalista di Cambia-menti M410, denuncia:

“In poche settimane sono stati aggrediti tre conducenti, compreso un collega napoletano picchiato dai romanisti fuori dallo stadio solo per il suo accento. Cosa aspettano? Che qualcuno ci rimetta la pelle?”

Anche l’Atac rivela:

“Già da settimane abbiamo inviato alle autorità competenti una lettera dove si rappresentavano i problemi di sicurezza e le criticità che vive il trasporto pubblico in alcune zone della città, in particolare nelle periferie”.