Emanuela Orlandi rapita: un filo passa dai domenicani in Brasile

di Antonio Goglia
Pubblicato il 22 settembre 2012 6:41 | Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2012 8:31

Nuovo intervento di Antonio Goglia, ex maresciallo dei carabinieri di San Giorgio a Cremano (Napoli) da anni appassionato al caso di Emanuela Orlandi.

Goglia ha inviato un nuovo articolo a Blitzquotidiano tramite Pino Nicotri.

 La composizione del collegio direttivo che guidò la Pontificia Accademia Cultorum Martirum tra il 1980 ed il 1987 evidenzia la presenza di religiosi impegnati nelle attività missionarie in Sudamerica ed in particolare nel Brasile.

Moltissimi ignorano che in questo paese vi è stato un lungo periodo dittatoriale durato per un ventennio, sotto diversi Presidenti, dal 1964 al 1985. Di questo periodo si rammentano in particolare lo scioglimento di tutti i partiti politici, la dittatura dei gorillas, la successiva riammissione dei partiti politici eccezion fatta per quello comunista, la svalutazione del cruzeiro e le cruente manifestazioni del 1980 terminate in bagni di sangue.

In questa fase fu in vigore la legge per la sicurezza nazionale che prevedeva la pena di morte. Questa fu comminata un’unica volta nel 1970, ma il presidente Garrastazu Medici la commutò in ergastolo in ossequio ad uno specifico intervento della Chiesa cattolica. Al giorno d’oggi, la pena di morte in Brasile è prevista solo per i crimini militari commessi in tempo di guerra, ma non è mai stata applicata.

Quest’ultima affermazione potrebbe portare chi legge fuori strada inducendolo a ritenere la dittatura brasiliana incruenta e tollerante, tuttavia la verità, la realtà storica, è ancora una volta diversa.

Se, come abbiamo detto, la sentenza di morte fu pronunziata da un tribunale in un unico caso e poi mutata in ergastolo, decine di migliaia, in una proporzione tanto grande quanto è vasto questo paese sudamericano, furono le morti non decretate dai giudici.

Furono anni di feroci repressioni condotte nei confronti degli oppositori politici, anni caratterizzati da stermini, da sparizioni, strana parola questa, da aggressioni e torture.

Da ciò che si legge sulle cronache e si apprende dai saggi, le torture, che sempre rimandano il pensiero alle durezze ed alla sofferenza, furono caratterizzate da una particolare disumanità tanto da indurre molti dei sopravvissuti al suicidio successivamente alla liberazione.

Ma qualcosa rende questa ribellione differente da quella verificatasi in altri paesi, rende questa repressione diversa, c’è un particolare che non può sfuggire a chi si accosti allo studio di queste tristi pagine della storia del Brasile.

La repressione si accanì in particolar modo nei confronti dei religiosi e, tra questi, sui domenicani, molti dei quali avevano deciso di seguire le orme di Camilo Torres Restrepo, il sacerdote colombiano che si fece rivoluzionario e guerrigliero, precursore della teologia della liberazione.

I domenicani, tra i cui ranghi si annovera San Tommaso d’Aquino, sono i diffusori della propaganda pauperistica, il punto focale della loro è la figura di Cristo redentore, causa meritoria della salvezza umana. Il carattere cristocentrico di tale spiritualità è dimostrato dalla devozione dei frati per la passione di Gesù e per la Via Crucis.

In Sudamerica, negli anni sessanta, i domenicani e gli altri ordini di frati “aderirono all’opzione preferenziale dei poveri”, perno della Teologia della Liberazione fondata dal domenicano Gustavo Gutierrez, teologo Peruviano, e per questo furono perseguitati, incarcerati e torturati dal regime dittatoriale. La Teologia da questi propagandata era considerata affine alle ragioni dei movimenti guerriglieri di sinistra tanto da indurre il governo brasiliano a supporre un legame tra i Domenicani ed i guerriglieri che si rifacevano alle idee ed alle gesta di Carlos Marighella, il rivoluzionario marxista italo-brasiliano ucciso dalle forze governative nel 1969. Questa esperienza, sin dagli anni sessanta, fu condivisa da numerosi missionari italiani, soprattutto altoatesini, e da giovani fuoriusciti da movimenti di ispirazione cattolica e studentesca.

I “frati”, intesi latu sensu, appoggiarono ed affiancarono i guerriglieri, divenendolo in molti casi essi stessi, e incarnarono così il principale nemico del regime totalitario, la gramigna da estirpare.

Furono sottoposti alla pratica della tortura, nella versione brasiliana, e subirono la reazione del Governo, una reazione così tremenda da indurre le più alte cariche ecclesiastiche ad intervenire: nel dicembre del 1969 un “libro nero” sulla tortura in Brasile fu consegnato nelle mani di Paolo VI. Nello stesso tempo una lettera firmata da molte personalità sudamericane fu indirizzata alla Pontificia Commissione Justitia et Pax nella quale si sosteneva che…

”è un governo…(quello brasiliano) riconosciuto dai Paesi democratici e dalla Santa Sede quello che ha inserito tra i suoi metodi di polizia la tortura e che, per difendersi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, ogni volta che trapeli, nonostante la stretta e vergognosa censura, notizia di questi misfatti, non esita a colpire anche moralmente le sue vittime con le insinuazioni più turpi”…..

I componenti della Commissione, il cui Presidente era il cardinale Maurice Roy, scrissero al Pontefice rappresentandogli l’estrema gravità della situazione sottolineando che restare in silenzio sarebbe stata cosa gravissima. Il Papa, senza pronunziare il nome del Brasile, qualche tempo dopo affermò:

“Noi non possiamo che deplorare e augurarci che, per il bene stesso delle nazioni che ci sono care, i fatti possano smentire i casi di torture poliziesche che sono loro attribuiti. Se ne è molto parlato, e Noi stessi, nutrendo una speranza positiva, abbiamo effettuato un necessario intervento”….

Se questo accadeva all’inizio degli anni settanta, deve precisarsi che la situazione non era destinata a cambiare, ma piuttosto ad aggravarsi, con l’esordio degli anni ottanta quando le oceaniche manifestazioni di piazza per il ripristino di un governo democratico ebbero un tragico risvolto di prigionia, dolore, stenti e morte. I religiosi coinvolti nello scontro forse invocarono un intervento autorevole da parte del Papa che placasse la repressione, ma non dovette servire. Era necessario costringere il Vaticano ad intervenire anche con un ricatto.

Questa tecnica era già in uso tra i guerriglieri, lo si apprende ancora dalle cronache, la pratica di rapire personalità diplomatiche straniere o membri del governo al fine di scambiarli con i prigionieri politici detenuti nelle carceri apparve praticabile e giusta anche ai “frati”.

Il 27 ottobre 1983, Richard Roth, giornalista della Cbs ricevette una lettera nella quale i rapitori specificavano di aver prelevato Mirella ed altre due giovani americane, e di avere avviato trattative interpersonali (dirette n.d.r.) con rappresentanti del Vaticano. Avendo constatato il disinteresse di questi ultimi, continuava il messaggio, le donne erano state soppresse.

Con Mirella Gregori e le cittadine americane si tentò, dunque, la strada del ricatto segreto, non clamoroso, poi, come detto dagli stessi rapitori, l’indifferenza del Vaticano portò questi ultimi a conclusioni differenti ed a iniziative di maggiore incisività.

Emanuela Orlandi fu utilizzata allo stesso scopo. I “frati”, intesi “latu sensu”, esperirono diversi tentativi al fine di ottenere un benevolo intervento del Pontefice in favore dei fratelli che a centinaia pativano gli stenti nelle carceri brasiliane, ma senza successo. D’altra parte, si trattava di religiosi che avevano scelto una strada sbagliata che più volte Giovanni Paolo II, in Messico ed in Paraguay, platealmente aveva proibito ed escluso. Inoltre, il Vaticano in quegli anni era, a causa di altre importanti questioni geopolitiche ben note, molto vicino alle posizioni degli Stati Uniti che intendevano respingere in ogni modo il marxismo, portato dalla chiesa dei poveri, dai propri confini.

Così, ritenendo di poter disporre di un maggiore potere contrattuale, decisero di prendere una “cittadina vaticana” e di chiedere nel contempo la “consegna” di Agça sottintendendo, e in alcuni casi esplicitando, il potere propagandistico dirompente dei segreti di cui il turco era (e sarebbe tutt’ora) a conoscenza.

Relativamente ai trent’anni trascorsi ed al depistaggio, sfortunatamente la richiesta di “consegna” dell’attentatore del Papa doveva dimostrarsi particolarmente adeguata a creare l’ equivoco circa la sua liberazione ed a porre in essere la falsa pista Turkesh.

A riprova di quanto sostenuto e fondato esclusivamente su fatti scritti dalla storia, si invita il lettore a porre particolare attenzione sul fatto che proprio il Turco, ancora una volta, invitato a riferire se fosse a conoscenza di fatti rilevanti circa la scomparsa di Emanuela rispose …”c’entrano i domenicani”….. Come già sostenuto Agca non sa molto del rapimento Orlandi e, si ritiene, questa è una delle poche cose che sa.